
L’iniziativa della Rcs di diffondere attraverso il “Corriere della Sera” quindici testi “classici” della cultura politica di laici e cattolici come “I maestri del pensiero democratico” nella storia d’Italia presenta aspetti positivi e negativi.Quelli positivi sono largamente prevalenti. Si tratta infatti di un’opera non solo meritevole, ma anche editorialmente coraggiosa in quanto rivolgendosi a un vasto pubblico”popolare” propone testi “impopolari” cercando di far conoscere autori che sono stati spesso negletti, sottovalutati se non cancellati.E’ una concreta e meritevole reazione da un lato al qualunquismo dell’antipolitica che vede nei protagonisti della lotta politica italiana solo opportunisti e inconcludenti e dall’altro al prevalere nella accademia della storia contemporanea dell’attenzione dedicata alla storia del comunismo e dell’estremismo italiano di sinistra.E’ quindi nel quadro del riconoscimento del valore e dell’augurio del successo dell’iniziativa che si lamenta una omissione e cioè l’esclusione da tale panorama storico della cultura politica laica del socialismo autonomista, riformista e liberalsocialista.Tra i “padri” del pensiero e dell’azione di democrazia laica sono infatti proposti dalla Rcs Benedetto Croce e Luigi Einaudi, Giovanni Amendola e Piero Gobetti seguiti da Gaetano Salvemini, Guido Calogero e Norberto Bobbio. I leaders politici rappresentativi del pensiero e della azione laica della Italia repubblicana sono: il leader repubblicano UgoLa Malfae – unico dirigente socialista – il leader del sindacalismo estremista (alla sinistra del Pci) Vittorio Foa. Per la parte cattolica abbiamo Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti e Augusto Del Noce. E cioè: Foa unico leader socialista come “maestro del pensiero democratico” rappresenta una forzatura ed una discriminazione abbastanza indifendibile.Gli interrogativi che sorgono in sostanza sono due. Il primo riguarda l’estromissione di figure come Filippo Turati e Carlo Rosselli. Il secondo riguarda il fatto che lo sviluppo del pensiero e soprattutto dell’azione di governo di parte cattolica sembra a questo punto un monologo. Da un lato emerge quindi una sottovalutazione del ruolo del riformismo socialista e dall’altra la rappresentazione di una storia d’Italia con scarso dialogo tra laici e cattolici nella costruzione della democrazia repubblicana.Certamente va riconosciuto il valore della riproposta dei testi di Calogero e Salvemini che sono stati protagonisti della cultura laico-socialista e ad essi si deve infatti una forte impronta autonomista e coerentemente di denuncia e di elaborazione alternativa nei confronti del comunismo sovietico e italiano. Ma l’escluso Filippo Turati non solo fu con Sturzo e Amendola il terzo “padre fondatore” dell’unità antifascista (mentre dall’ottobre del ’24 al novembre del ’26 i comunisti di Gramsci e Togliatti sedevano diligentemente in Parlamento ascoltando Mussolini senza aprir bocca persino il 3 gennaio 1925). Soprattutto Turati è stato il principale animatore della “questione sociale” nello stato unitario secondo una dimensione europea dando vita a quello che è, insieme all’associazionismo sindacale e cooperativo, uno dei principali e più attuali lasciti del socialismo riformista e cioè lo sviluppo del giuslavorismo. Tutto il giuslavorismo laico ha le sue basi in Turati. Al tempo stesso la valorizzazione di una figura come Piero Gobetti appare fatta secondo il luogo comune di una “vulgata” che lo esalta cancellando personalità di ben maggiore importanza e rilievo culturale e storico dell’antifascismo non filocomunista come Carlo Rosselli il cui “socialismo liberale” è stato un filone fondamentale e di maggior spessore di quell’evanescente “rivoluzione liberale” che fu appunto enfatizzata per offuscare il filone riformista e autonomista.Il rischio del “piano dell’opera” è appunto quello di far prevalere nell’immagine della cultura e della politica laica come maggioritaria nell’Italia repubblicana un “pensiero democratico” secondo una linea di “alternativa di sinistra” con figure che appunto ruppero con i socialisti e furono poi parlamentari nelle file comuniste come Bobbio e Foa, entrambi personalità di grande livello soprattutto morale, ma sostanzialmente portatori di una tradizione azionista che cavalcò il ‘68 vivendolo come occasione di rivincita contro la “democrazia reale” dei governi De Gasperi-Saragat e Moro-Nenni.Non c’è stato solo UgoLa Malfaad essere “uomo di governo” nell’Italia laica e repubblicana. Se De Gasperi e poi Moro hanno potuto esercitare un ruolo di protagonisti essi lo svolsero non in modo integralistico (come invece si caratterizzarono nella cultura politica cattolica sia – sulla sinistra – Dossetti sia – sulla destra – Del Noce). I due capi di governo democristiani ebbero come alleati ed interlocutori principali Giuseppe Saragat e Pietro Nenni. L’apporto teorico di Saragat sin dagli anni trenta fu rilevante e autorevole anche in campo europeo ed entrambi i leader del socialismo autonomista e di governo non furono figure di secondo piano nel panorama laico sul piano storico, culturale e politico. L’”Intervista sul socialismo italiano” fatta da Nenni con Tamburrano non è certo testo inferiore all’”intervista sul non governo” pubblicata da UgoLa Malfanella stessa collana di Laterza ed ora riproposta in questo “piano dell’opera” della Rcs. Non parliamo di Craxi che di certo nell’Italia laica – di lotta e di governo – non fu personalità a corto di idee e di azione. Ma ciò, ci rendiamo ben conto, avrebbe richiesto troppo coraggio ed obiettività.Si direbbe in conclusione che nel panorama laico – stando a questo piano dell’opera “laici e cattolici” – il socialismo non abbia avuto alcuna dignità culturale né rilevanza politica.Certamente, comunque, queste osservazioni critiche non perdono di vista il valore complessivo dell’iniziativa e dell’importanza di far maggiormente conoscere i testi scelti a un grande pubblico in modo particolare nell’attuale momento di crisi che attraversa il Paese. Per il resto, come è noto, chi paga l’orchestra, decide la musica.

Lascia un commento