
Quando il giornalismo era più umano e forse più romantico.
Ricordo quel giorno in cui accadde un incidente sulla linea ferroviaria Cremona-Mantova con relativo treno bloccato. C’erano le forze dell’ordine, il personale delle ferrovie, forse doveva arrivare il magistrato, viaggiatori al finestrino ed ecco sotto i finestrini noi due giornalisti lì a guardare e prendere notizie. Adesso? Quando mai! Sarò forse eccessivamente nostalgico ma quel giornalismo di contatto aveva almeno dentro un afflato più umano, un respiro più accorato. Il recentissimo tondo, anzi tondissimo, anniversario della fondazione del quotidiano “la Repubblica”, frutto della grande intuizione di Eugenio Scalfari con la sinergia potente dell’editore Carlo Caracciolo, accompagnato dal corredo di tante foto in bianco e nero, di quei volti di redattori e inviati, di macchine per scrivere e telefoni fissi sul tavolo di lavoro, mi fa venire in mente tempi e modi di un giornalismo duro e romantico, rintracciabile ormai solo nei libri e nelle memorie dei sopravvissuti. Frase lunga, perché a volte i ricordi non devono lasciare respiro. Quelle piccole azioni quotidiane che facevano storia personale e collettiva: il giro fisico della nera, prendere gli appunti dei feriti al pronto soccorso accanto al lettino col ferito, stare gomito a gomito con poliziotti o carabinieri sul posto di un incidente stradale o ferroviario. Situazioni e pratiche di lavoro adesso irripetibili e incredibili.
Anni luce di trasformazioni e fiumi di nuove tecnologie ci fanno apparire quelle giornate come preistoria eppure sono passati soltanto quaranta o cinquant’anni. Un’era della vita del mondo, dice qualcuno, in fondo qualche generazione dice un altro. Tutto è relativo, ma qualcosa è anche assoluto. C’era un rapporto con le notizie e la fonte delle notizie che sembrava più naturale, più umano. Ma forse sono solo sensazioni. Prima del turno di notte, che allora durava veramente fino a notte fonda cioè fin verso le due e le tre, si mangiava un panino al bar vicino e poi via a seguire le utlime notizie o le pagine della provincia, e poi via a seguire impaginazione e relativi buchi. Non c’era un minuto vuoto.
Capitava di arrivare al pronto soccorso e trovarsi seduti a prendere gli appunti. rigorosamente a mano, degli infortuni e dei feriti o degli incidenti dell’ultima mezza giornata accanto al lettino dove un dottore visitava o un infermiere medicava. Curiose e numerose le diagnosi del pronto soccorso soprattutto nelle giornate a cavallo del Capodanno. Era normale, allora, stare lì, e scrivere pure i nomi e i cognomi del nonnino che cadeva per strada e si procurava una distorsione tibio-tarsica con relativa prognosi. E finiva in un angolino del giornale, come breve o pallino di riempimento. Adesso impensabile e impossibile. Tutto cambiato, tutto un altro mondo.
La redazione era un luogo aperto, dove non si entrava con il badge o i pulsanti numerati, ma tutti potevano accedere e sembrava un porto di mare, nel bene e nel male. Arrivava chi portava i comunicati e chi portava il mazzo di chiavi trovato per strada ma intanto ti portava anche la notizia di un tizio che era caduto in motorino, arrivava il collaboratore disabile in carrozzina per portare foto e notizie di una gara e scherzando il collega gli diceva per salutarlo: “Ehi in gamba neh”. “E lui rispondeva: “Eh na volta!”. Poi si stava tutti in uno stanzone senza paratie o paratoie e quindi anche senza paranoie di privacy e tutti sentivano quello che dicevano tutti e ognuno faceva il proprio pezzo. Miracolo. Tra volute di fumo di sigaretta, di sigaro e di pipa, e lanci di carta appallottolata nel cestino grande vicino alla porta o sotto le scrivanie. Suonavano telefoni in continuazione ma ognuno sapeva a chi e quando rispondere, era una sfida trovare una linea libera, ma alla fine tutto si allineava. La regola del caos. Capitava di incrociare il Procuratore della Repubblica che usciva dal bar dopo aver preso il caffè e tra un saluto e l’altro potevi scoprire pezzi di agenda della giornata che non era scritta su nessuna agenzia. Era un giornalismo di contatto umano, un giornalismo nonno e bisnonno dell’attuale giornalismo di contatto digitale a volte inquinato dalla varianza social. Ma almeno in una cosa i social hanno aiutato: nelle foto. Pensate alla pena che all’epoca noi tutti avevamo e provavamo alla richiesta del direttore, che in realtà era un ordine, di portare a casa ovvero in redazione la fotografia di questo o di quella persona coinvolta nella notizia. Non c’erano mica le regole di privacy d’adesso e senza foto perdevi punti. Si narra che un collega su un incidente stradale prese il portafoglio del morto per fare o far fare la foto alla fotografia del documento pur di tornare al giornale con un’immagine. E si narra anche che qualcuno arrivò tardi sull’incidente stradale e si mise sotto la coperta perché il cadavere era già stato spostato. Leggende o storie vere? Chi lo sa! Ma così andava il mondo dei giornali. Adesso con i social e internet, i siti e le reti, le foto sono l’ultimo dei problemi, c’è già tutto lì, a iosa. E “a iosa” non è sempre un’alleata del discernimento.
La sera dopo le nove eri solo. O meglio passava di corsa qualche collega che doveva concludere un pezzo o impaginare un servizio e ti facevano compagnia i fattorini che, oltre a trasportare le lastre per la tipografia, aiutavano a riassettare la redazione dalla bolgia di carta, tra giornali svolazzanti e fogli a terra. Il disordine stava alla redazione come il respiro sta al polmone. Se una scrivania era linda e pulita voleva dire che non avevi lavorato. E di carta se ne consumava tanta. Foglio, rullo, un pensiero, una riflessione, due righe e poi… via scrollato il rullo, foglio accartocciato e buttato via. Se la partenza non andava era inutile cancellare e fare correzioni. Si buttavia via, e si ricominciava a mente limpida e si sperava più creativa. Con maggior respiro nonostante le volute di fumo al neon, che sembravano sculture aeree.
Di notte arrivavano le telefonate più strane: “Pronto, ho sentito una sirena mi sa dire se è successo qualcosa?” , “Pronto, sta piovendo molto mi sa dire che il livello dei laghi è a rischio?”. Giuro. “Pronto poco fa è morta mia mamma, l’ufficio necrologie è chiuso, posso venire da voi in redazione?” E qui scattavano la comprensione e la misericordia, e in molti abbiamo imparato a fare le necrologie a regola d’arte. E in più magari con la necrologia venivamo a sapere una notizia.
Fino mezzanotte il quartier generale era in redazione e poi ci si spostava in topografia a seguire impaginazione e titoli, perché l’errore di “stumpa” era ed è sempre in agguato. Parole che escono con consonanti e vocali a rischio, pezzi più lunghi del programmato e quindi tagli necessari per evitare di fare testi in corpo sette, oggettivamente illeggibili. Tutto era tagliabile a patto che il corpo della notizia rimanesse valido e completo. Le lettere al Direttore erano invece allora intagliabili, quasi un testo sacro, e quindi spesso si doveva spostare qualche pezzo in eccedenza al giorno dopo. Verso le due e mezza di notte il giornale era quasi finito. La serenità tornava negli sguardi dei tastieristi e dei fotocompositori. Poco prima delle tre qualcuno lanciava l’idea: “Un risottino?” Anche perché il panino delle otto e mezza della sera era ormai un lontano ricordo.
Fabrizio Binacchi

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