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UN PAESE CHE DIMENTICA IN FRETTA

Non può che venire in mente la classe politica della tanto denigrata Prima repubblica, dove c’erano politici che sapevano apprezzare e valorizzare l’ “epopea” del Risorgimento che, con tutti i suoi limiti, aveva comunque fatto la nostra nazione. di Nicola Del Corno

di Nicola Del Corno | 15 Febbraio 2010

“Dove va un Paese che non ama la propria storia”, si chiedono in un bel articolo comparso sul “Corriere della Sera” Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, facendo esplicito riferimento ai 150 dell’Unificazione italiana e alla smemoratezza dei nuovi italiani, soprattutto delle loro élites. In un passaggio particolarmente incisivo, notano come l’Italia “sembra aver buttato via l’unica epopea che aveva. Quello del Risorgimento. Il grande romanzo culturale, militare e sociale […] che altri avrebbero sbandierato con l’orgoglio di chi mostra la storia di terre e genti divise da secoli che in pochi anni sanno diventare una nazione”. Osservazione amara e condivisibile; osservazione che diventa ancora più affranta quando si pensa che il nostro capo del governo – che sempre si mostra preoccupato di vedere anti-italiani dappertutto – ha avuto la brillante intuizione qualche mese fa alla festa dei giovani della Pdl di consigliare la lettura di un libro che getta fango sul processo risorgimentale, derubricandolo a mero complotto di occulte forze straniere. Il riferimento corre al volume di Angela Pellicciari, da tempo impegnata nel tentativo di dimostrare come furono presunti poteri forti esteri, collusi con massoni e protestanti, a volere l’unità del nostro paese nel tentativo di scardinare ogni possibile traccia cattolica nella penisola italiana. Per l’autrice, il Risorgimento, lungi da essere una pagina più o meno gloriosa, ma scritta comunque da italiani, fu il frutto di una cospirazione internazionale, i cui mandanti vanno cercati oltralpe, e di cui gli italiani risultarono spettatori passivi. Anche chi vi partecipò, viene relegato al ruolo comprimario di marionetta; stranieri erano infatti i burattinai, i “grandi vecchi”.
E allora non può che venire in mente la classe politica della tanto denigrata Prima repubblica, dove c’erano politici che sapevano apprezzare e valorizzare questa “epopea”, che con tutti i suoi limiti – su cui si discuteva e ci si scontrava dialetticamente – aveva comunque fatto la nostra nazione. De Gasperi, Togliatti, Spadolini, Craxi, ma non solo loro, ovviamente da prospettive e con approcci ben diversi, ebbero però il merito di interrogarsi e di far riflettere gli italiani sulla portata di quell’evento che solo la presunzione e l’ignoranza degli homines novi di questo strano paese possono considerare con malcelato fastidio, come dimostrano le ambiguità nella programmazione del Centocinquatenario.
In quest’opera di denigrazione della nostra storia nazionale, in prima fila ovviamente c’è la Lega che contesta ogni legittimità democratica e popolare al processo risorgimentale, dimenticando cosa affermò Carlo Cattaneo a proposito della partecipazione delle classi umili alle gloriose Cinque giornate milanesi. Scrisse il grande Lombardo, ricordando i patrioti caduti sulle barricate di Milano nel 1848: «il sangue dei cinque giorni fu veramente versato dal popolo, e al popolo se ne deve gratitudine e gloria».
Nicola Del Corno (www.leragioni.it)

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