Dalle elezioni del 1994 sono stati tempi durissimi per il socialismo italiano. Il 13 novembre del 1994 il PSI viene sciolto da una platea arrangiata che solo in minima parte rappresenta i delegati del precedente congresso socialista e sin da subito i socialisti iniziano a riversarsi in rivoli più o meno consistenti, se non addirittura a salire su zattere dirette verso il PDS, Forza Italia o altre mete del panorama politico. Tanti altri abbandonano la politica attiva.
Boselli fonda il piccolo SI, con un simbolo talmente timido che non era neppure pensato per partecipare alle elezioni. Infatti il SI si presentò la prima volta con Segni (regionali 1995) e poi con Dini (politiche 1996). Riuscì a conquistarsi una pattuglia di eletti, ma aveva poche prospettive di sopravvivenza. Nel 1998 sembra arrivare il tanto atteso colpo di reni. Il SI cambiava forma e nome dando vita, insieme a una parte consistente dei rivoli di cui accennavo prima, allo SDI. Simbolo nuovo, forte richiamo al socialismo europeo e progetto pensato per il confronto con l’elettorato. Confronto che sarà un mezzo disastro, almeno rispetto alle aspettative: 2,1% alle europee del 1999 nonostante candidature di richiamo. Tuttavia lo SDI non ne vuole sapere di ammainare la bandiera dell’autonomia politica appena conquistata. Guadagna un ministero nel primo governo D’Alema, ma decide di astenersi sul governi D’Alema II dopo una polemica sulla linea politica dell’esecutivo. Sarà il primo vero scontro politico dello SDI, e anche l’ultimo. Riconquistato un ministero nel governo Amato, lo SDI si presenta alle elezioni del 2001 in una lista del “girasole” con i Verdi alla quale doveva in un primo momento partecipare anche il PDCI di Armando Cossutta. Una debacle: 2,2%.
Intanto lo SDI perde un eurodeputato su due (Martelli) che va a costituire insieme a De Michelis, Bobo Craxi e altri un partito socialista che si presenta collocato a destra, ma con il simbolo del garofano: il Nuovo PSI. 1% al primo tentativo. Nonostante il magro risultato elettorale, le promesse di autonomismo socialista fatte dalla nuova formazione e il ritorno del simbolo voluto da Craxi avvicinano al nuovo soggetto politico una discreta parte del popolo socialista.
Arrivano le elezioni europee del 2004. Lo SDI, che ha ormai scelto di non presentarsi alle elezioni come soggetto autonomo, si colloca del FED insieme a DS e Margherita. E’ un PD ante-litteram che lo SDI sogna di trasformare in “partito riformista”. In quest’ottica Boselli riesce a convincere gli alleati riguardo alla non opportunità di far partecipare Di Pietro, che allora aveva un modesto consenso rispetto a oggi, alla lista delle europee. Lo SDI elegge due deputati, ma il vero exploit è della formazione di De Michelis che non solo elegge due rappresentati, ma raddoppia i consensi rispetto al 2001.
Il 2006 è alle porte e i sondaggi sembrano indicare che il consenso di Berlusconi è in fase calante, Prodi sembra avviato a una facile vittoria. Nell’estate del 2005 il dibattito attorno al socialismo italiano torna sui quotidiani, anche grazie alla possibile candidatura di Veronesi a sindaco di Milano. E’ il momento della sortita: il 1992 è lontanissimo, lo SDI ha assolto il suo compito di sopravvivenza, il Nuovo PSI guarda a sinistra, sia pure con molti tentennamenti. Anche una parte dei DS guarda con favore e interesse alla possibile riunificazione socialista nel centro-sinistra. Girano percentuali, nelle feste dell’Avanti durante l’estate, che sfiorano e in qualche caso superano il 4%. Poi Boselli chiude e annuncia la lista unitaria tra socialisti e radicali. E’ un progetto politico, dicono, e il Nuovo PSI resta fuori. Porte chiuse a sinistra e Berlusconi in ripresa di consenso (alla fine sarà quasi un pareggio) suggeriscono a De Michelis di restare a destra. Al congresso Bobo e Zavettieri andranno a sostenere Prodi, De Michelis e Caldoro Berlusconi. Ma è la fine di quella esperienza.
Il resto è storia: una costituente socialista lanciata forse fuori tempo massimo e senz’altro senza convinzione, con timidezze, ritardi e tatticismi. Il leader è sempre Boselli che, quando si trova davanti alle elezioni anticipate in un contesto completamente mutato, non sa che fare. Prova fino all’ultimo a sostenere Veltroni con una propria lista, si sente dire “no, grazie” e si inventa, all’ultimo giorno utile, una candidatura autonoma. 0,9%. Capolinea per Boselli e per quasi tutto il suo gruppo dirigente.
A prendere il timone è Riccardo Nencini, che si barcamena come può con quello che resta di un partito dall’altisonante nome di Partito Socialista (poi Partito Socialista Italiano), ma che nei numeri e nei militanti è una copia in piccolo del piccolo SDI. La storia non si fa con i se e con i ma, ma davvero viene difficile immaginare come dopo la debacle del 2008 e il successivo fuggi-fuggi si potesse fare qualcosa di diverso che cercare, dignitosamente, di essere una testimonianza politica. Con tutti i limiti del caso.
E se nel 2006 ci avessimo provato per davvero? Forse la legislatura sarebbe arrivata alla sua scadenza naturale e oggi avremmo un partito socialista determinante per il governo del Paese. Non è così e sono necessarie altre strade.
Tomaso Greco ( www.leragioni.it )
I SOCIALISTI RIMPIANGONO BOSELLI?
Breve cronistoria della presenza socialista in Italia dallo scioglimento del PSI ad oggi. di Tomaso Greco

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