E’ il continente delle civiltà più antiche. Forse, di nuovo, il fulcro del mondo. E, chissà, lo stilema di un equilibrio mondiale diverso, il germe di un progetto che si gioca nella dialettica feroce, esplosiva, tra tradizione e innovazione, tra una modernità che può risultare imbarazzante nel suo essere troppo occidentale e una antichità di valori sempre più improponibili a società che corrono, con la storia, ad altissima velocità.
Puoi prenderla dalle sublimi vette del Tibet, dalle foreste del Laos e della Cambogia, dalle pianure industriose della Cina o dalle steppe mongole e siberiane; puoi partire dal crogiuolo di popoli e nazioni, di lingue e di culture, di religioni e di filosofie, oppure dalla rassicurante uniformità del consumismo e dell’inquinamento che appesantiscono le sue megalopoli e, magari, finire con la sconvolgente coesistenza di ricchezze da fiaba e disumanizzanti povertà, senza però dimenticare il crescente peso sociale delle borghesie che reclamano, con la libertà economica, diritti e protagonismo politico.
Questa meraviglia è l’Asia e Tiziano Terzani l’ha girata e mirabilmente raccontata in lungo e in largo, nell’arco di pochi decenni, prima come teatro di accadimenti di portata storica (penso subito all’estenuato Buonanotte signor Lenin, in cui ha descritto le varie province di un impero sovietico in disfacimento e a Pelle di leopardo, sulla guerra del Vietnam), poi nel progressivo sviluppo di un’esigenza più profonda della curiosità intellettuale e della cronaca giornalistica, come luogo del raccoglimento e dello spirito, della sublimazione dell’io.
Terzani sembra intravedere, precorre e quasi pregusta – non so quanto consapevolmente – il secolo dell’Asia, nel quale avrà la ventura di entrare in punta di piedi, ed è capace di farlo chiamandoci accanto a lui a fare esperienza di un mondo destinato ad imponenti trasformazioni.
Ricordo di aver mai chiuso la lettura di un libro di Terzani con il benché minimo segno di stanchezza o di noia. Anzi, all’opposto, con la sensazione di aver portato a termine un viaggio, una vera avventura – con quella sete, vorrei dire con quell’inappagamento di chi ha voglia di ricominciare subito, senza indugio.
Oggi con il volume Un mondo che non esiste più (edito da Longanesi e curato dal figlio Folco), l’Asia è un caleidoscopio che si fissa e si svolge su un avvincente supporto di immagini (ovviamente scattate dal reporter) e di brani (tratti dalle sue opere, accanto ad alcuni inediti). E così, all’immaginazione, alla elucubrazione fantastica, si sovrappone o si accompagna il ritratto di uomini autentici, in carne ed ossa, di vite, di storie fermate nell’attimo fuggente, di sorrisi, di stralunamenti, di emozioni che si portano fino a noi – come intatti – a dirci in certo senso che cosa fu, che cosa – e soprattutto chi – è stato nel cuore di questa grande vicenda, con il suo soffio di vita – anonimo magari, eppure mai banale.
Sarà il bianco e nero delle immagini che contribuisce ad anticarle e ad impreziosirle. Sarà il carattere stesso dell’uomo asiatico, che quasi trapassa la carta e ci punge la mente e l’anima e ci parla di rispetto per l’autorità, di comunitarismo e di individualismo, di obbedienza e rispetto, ma anche di ingegno ed operosità unite ad un innato spirito mercantile; che ci annichilisce con il suo straniamento, la sua ieraticità, con le sue ascensioni spirituali – quasi più ardite di quelle che accompagnano i preziosi sherpa nepalesi – con il misticismo, con quel quotidiano maneggiare il senso del divino che a noi occidentali risulta così difficile. Sarà per ciò che questo mondo che non esiste più in realtà ci interpella ancora, qui, adesso e – di più – ci commuove, ci esalta e ci mette in subbuglio.
E poi – last but not least – ci sono l’entusiasmo e l’enfasi giovanile, ma anche la semplicità, il realismo di Tiziano Terzani. Li esemplificano al meglio le sue parole: “Andai in Vietnam perché volevo capire la guerra e la rivoluzione. Ero pronto, ero pronto per tutta la mia formazione a schierarmi contro le ingiustizie” (…) “I comunisti cominciavano a entrare a Saigon. E quando vidi i primi carri armati entrare nella città, e la prima camionetta carica di ribelli, di vietcong, venire giù per rue Catinat con loro che urlavano ‘Giai Phong!’ per me era la Storia”. E poi: “E’ un particolare momento nella storia di una rivoluzione: il momento in cui gli eroi non sono stati ancora rimpiazzati dai burocrati del terrore, in cui gli idealisti non sono ancora stati cacciati dagli ideologi e i soldati-partigiani non ancora soppiantati dai funzionari dei servizi segreti”. Già, perché l’Asia ha conosciuto, ben più dell’Europa, la follia totalitaria ispirata all’utopia dell’Uomo Nuovo. Un umanesimo senza uomini, senza storia, senza memoria: “Nel 1949, quando i comunisti la presero, Pechino era ancora una città unica al mondo: un grande esempio di architettura, una città di struggente splendore che pareva fatta per vivere in eterno. Non è più così. Pechino muore. Le mura sono scomparse, le porte sono scomparse, gli archi sono scomparsi. Scomparsa è la maggioranza dei templi, dei palazzi, dei giardini, e ogni giorno che passa una fetta in più della secolare Pechino se ne va sotto i colpi inesorabili dei picconi e delle ruspe”. Ma la storia, in Cina, risorge da ogni dove, indomita, prepotente. E Terzani ama addentrarsi nelle viscere di questa nazione, è interessato a sapere che cosa si fa, come si vive quotidianamente nella terra del Celeste Impero e gli uomini sono per lui tutti dei personaggi; quindi eccolo, come ammaliato, dinanzi ad un popolo che si sta ritrovando, con le riforme economiche di Deng Xiao Ping: “C’è tutta quell’indicibile umanità cinese che gode d’un po’ di ritrovata libertà, che riscopre i piaceri del privato e del personale e che, pur sciatta, sdrucita, malandata, resta grande. La vera Cina”.
Insomma, l’occhio del reporter non indugia sulle favole, dice “pane al pane e vino al vino”, non ha reticenze, non risponde ad un diktat interiore – tanto meno se di sapore ideologico. Eppure malgrado questo non perde smalto, freschezza, amore e interesse per l’altro. E il suo cuore ama rapporti “belli, umani, semplici” e così, pur nel volgere del tempo e delle consapevolezze, quest’uomo resta fedele a se stesso, davanti agli orrori del regime di Pol Pot così come all’opportunità di compiere un viaggio in cui nessuno lo potrà raggiungere, dove non è atteso da nessuna parte e nel quale non ha altri impegni se non quelli creati dal caso. Poi la riflessione comincerà a scavare, ad entrare là dove sembrerebbe non consentito: alla ricerca di qualcosa che non è, forse, quella terra segreta tra le vette dell’Himalaya, così ambita da tanti esploratori. Perché dopo tanto viaggiare e con l’età che sopravanza, si può scoprire che la mèta non è fisica“bensì spirituale e che il paradiso è da cercare dentro se stessi”.
Paolo Marini

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