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Un disastro politico fallire l’appuntamento del Pnrr

Da un lato le rivendicazioni di grandi successi della crescita economica, dall’altra forti
preoccupazioni per i ritardi del Pnrr. Due segnali contraddittori, e il bello è che sono entrambi
sostanzialmente veri.
Distribuire meriti e responsabilità richiede allora un esercizio di onestà intellettuale.
Sul Pnrr Meloni si gioca la reputazione, ma molte responsabilità risalgono alle improvvisazioni di Conte e ai troppi “fidatevi di me” di Draghi.

di Beppe Facchetti | 14 Giugno 2023

Da un lato le rivendicazioni di grandi successi della crescita economica, dall’altra forti
preoccupazioni per i ritardi del Pnrr. Due segnali contraddittori, e il bello è che sono entrambi
sostanzialmente veri.
Distribuire meriti e responsabilità richiede allora un esercizio di onestà intellettuale.
Sul Pnrr Meloni si gioca la reputazione, ma molte responsabilità risalgono alle improvvisazioni di Conte e ai troppi “fidatevi di me” di Draghi.
Sarebbe un disastro politico fallire l’appuntamento. Il piano si può cambiare (ma decidiamoci a
dire come), la governance può essere accentrata, come da unica decisione concreta, ma aver
speso solo l’1% dei fondi sanità è inaccettabile. Hai un bel ripetere che tutto va bene, ma ci sono
ben 17 scadenze da rispettare entro il 30 giugno e prima di fine 2023 vanno spesi 58,3 miliardi.
Per ora, Meloni può sorridere grazie ai numeri dell’economia e dell’occupazione (anche se la
produzione industriale ha improvvisamente cominciato a scricchiolare, effetto dei guai tedeschi).
Siamo usciti bene da un inverno atteso come fosco, freddo e di rinunce. Non è andata così. Al
semestre arriviamo con un +0,6, molto più forti della Germania (-0,3 del Pil, dopo un -0,5),
dell’Olanda (-0,7) davanti alla Francia (+0,2) e alla media europea, che è in recessione tecnica.
Ha contato molto la risposta efficace alla crisi energetica, grazie al coraggioso lavoro dell’ENI e
dell’ex ministro Cingolani. La nostra dipendenza dalla Russia è pressochè cancellata. A settembre
era un incubo.
I grandi fondi internazionali ce ne danno atto. McQuarie, che è entrato in Italia solo attraverso la
porticina bergamasca di una piccola autostrada, è attivissima sulle grandi partite finanziarie,
BlackRock vuole allocare ben 15 miliardi di investimenti. La spiegazione è interessante: secondo
loro, l’Italia ha anticipato la soluzione di alcuni problemi strutturali, mettendo mano a mercato del
lavoro, pensioni e riforme. Mentre noi ci attardiamo a polemizzare sulla Fornero, sul jobs act, o su
industria 4.0, altri notano che la Francia, ad esempio, deve ancora affrontare sulle piazze questi
stessi nodi.
Aggiungiamo un dato sgradevole. La pandemia ha falciato migliaia di imprese, spesso precarie,
buttandole fuori mercato. Era un fardello che alterava la concorrenza, produceva diseconomie
esterne, disturbi su mercato del lavoro. Socialmente doloroso, ma è anche così che si sono liberati
spazi a sostegno dell’export ed è scattata la molla esplosiva del turismo.
E poi c’è la politica. Con cinismo e sprezzo delle promesse elettorali Meloni ha disapplicato
totalmente la sua narrazione di partito. Ora abbiamo non diciamo un Draghi in gonnella, ma una
continuità percepita favorevolmente in tutte le dimensioni internazionali. Biden e ultimamente
anche Scholz perché mai dovrebbero preoccuparsi dell’ex attivista missina della Garbatella, che
parla di Ucraina e Nato come un libro stampato? Solo Macron ha cattivi rapporti, ma è l’unico
politico innovativo in circolazione.
Ora però viene il passaggio politico più difficile, che si consumerà entro le elezioni europee.
Continuare così o tornare alle origini antieuropee?
Meloni deve decidersi. L’interesse della “nazione” sta nell’alleanza con Francia e Germania, non
nel suo asse preferenziale di sempre: Polonia e Ungheria, i Paesi con lo stigma di essere pericolose
autocrazie.
Collegato a questo, il tema delle alleanze. Se Meloni, capa dei Conservatori, apre la campagna
elettorale per rovesciare il tradizionale asse popolari-liberali-socialisti, la Meloni capo del Governo
esporrà il Paese a un anno di ricatti e polemiche, avendo già come punto debole proprio il Pnrr.
Fine del feeling commovente con Von der Leyen.
Pressata da un Salvini sempre amico delle estreme, non bilanciata da una Forza Italia senza più
guida, per ora solo in funzione marginale di Croce Rossa degli eccessi, rischia il vicolo cieco.
Vedremo presto qualcosa di significativo: cedere sull’assurdo no al Mes, ad esempio, capire che la
concorrenza è l’architrave dell’Europa, altro che balneari. Oppure no? Il difficile viene adesso.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: crisi, draghi, elezioni, francia, germania, governance, incubo, italia, lavoro, Liberali, meloni, mercato, mercato del lavoro, nato, pensioni, recessione, riforme, sanità, socialisti, soluzione, sostegno

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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