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Un Coro per lo Stabat Mater di Dvorak al Maggio Fiorentino.

di Enrico Martelloni | 20 Gennaio 2019

“ Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa, dum

dum pendébat Fílius.”

Lo “ Stabat Mater” di Antonin Dvorak  ha trovato il pubblico delle belle occasioni sabato scorso  al “Maggio Fiorentino”. Un’opera importante, sacra, sul celebre componimento poetico  attribuito a Jacopone da Todi attorno alla metà del XIII secolo. Questa, è una Laude scritta in latino medioevale, costituita da due coppie di ottonari rimati e un senario sdrucciolo, cioè che ha l’accento sulla terzultima sillaba, toniche e atone. Le prime strofe che seguono al preludio presentano il coro come grande protagonista. Questo componimento sacro è l’immagine ove la figura della Madonna ispiratrice di celebri dipinti coevi, assisa, immobile e silente, ascolta il  poeta che invoca a sé il dolori della croce; la passione di cristo che Antonin Dvorak trasporta con gravità lieve e felice intuito in queste pagine, attraverso la tensione spirituale delle parole del “ Pazzo di Dio”. Molti altri compositori, da Mercadante a Rossini a Verdi vi si ispirarono per la loro musica, evocandone il testo, che fu base del primo teatro, nato nel ‘300 con la Sacra rappresentazione. Così Dvorak approdò a Londra, dopo anni concessi alla sua formazione influenzata da Brahams. Il trionfo suscitato in Inghilterra nel 1884 sotto la stessa sua direzione , portò lo “ Stabat Mater” alla fama europea e poi mondiale. E’ nell’insieme, nell’ispirazione sacra, che li compositore trovò agio, che nella melodia  rimanda a quella di Handel e ricorda il tipo di oratori vittoriani e forse per questo suscitò maggiore apprezzamento nell’Inghilterra del tempo. Siamo appunto negli anni 1876/77 quando Dvorak lo compose come riscontrato dal catalogo nell’edizione Simrock in Berlino 1881. Certo l’opera non è di semplice ascolto, ma la musica del compositore Ceco è, a sé stante, un capolavoro di sorprendenti sfumature, nei legni ad esempio, o nel flauto traverso che spunta quasi a sottolineare la partitura della musica e del canto. Ecco che il direttore ha abile giuoco nel dirigere un complesso così ampio di strumenti e assegnare a ciascun protagonista la misura appropriata. Al Coro introduttivo, del primo movimento, si presenta il tenore; per Ales Briscen sarà una interpretazione in crescendo specie in quei punti più profondi e complessi: fac me tecum pìeac me tecum pìe flere [Fac me vere tecum flere],Crucifíxo condolére  donec ego víxero, l’adagio, duettato col coro  intenso per dolcezza, seguito dal luxa crucem , con un perfetto clarinetto che ne sottolinea il più potente accento. Si apriranno così belle pagine di musica seguendo il corso del testo fino al luminoso quartetto finale con l’accento di chiusura degli ottoni in diminuendo. Mancava il Basso Liang Li annunciato dal cartellone, sostituito da Peter Mikulas. Lo aspettavamo sulle parole Fac, ut árdeat cor meum, mentre il soprano Simona Saturovà era, annunciata dallo speaker, in parte indisposta. In quanto a dolore non male, sopportabile. Senza esprimere giudizi categorici che non ci competono, lo “Stabat mater” della scorsa sera ha avuto degna rappresentazione in tutte le sue parti per intensità espressiva guidata dal maestro Juraj Valcha.  Il popolo astante ha in fine giubilato anche per Gerhild Rombergr soprano del quartetto ma soprattutto per il coro del Maggio che ha espresso una prestazione egregia come del resto l’orchestra tra i saluti d’uso a suggello. Domenica la replica. Amen.

Enrico Martelloni

 

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anni, movimento, nato

Info Enrico Martelloni

Fiorentino di nascita ma senese d’adozione, disegna su qualsiasi elemento gli capiti in mano, passando da una vignetta pungente ed irridente ad un ritratto del proprio interlocutore con estrema naturalezza. Nasconde una profonda sensibilità ai temi ucraini, ben raccontati su questo sito.

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