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Un buon pareggio nel primo tempo della partita europea ma ora Renzi deve vincere in casa

di Terza Repubblica | 29 Giugno 2014

D’altra parte, lo stesso presidente del Consiglio ha definito il vertice “tosto e complicato”, a testimonianza che il quadro europeo è ben più complesso della solita semplificazione che si tende a fare nell’italico dibattito da pollaio.

Un buon risultato in Europa – diciamo un pareggio in trasferta – e partita ancora aperta, ma tutta in salita, a Roma, contro un avversario ostico che si chiama “economia”. È questo il bilancio del giugno di Renzi, il mese che separa la sua vittoria elettorale dall’inizio del semestre Ue a presidenza tricolore, che per la politica italiana finirà per essere una sorta di “semestre bianco” in cui tutti gli equilibri interni rimarranno in qualche modo congelati.
Partiamo dalla riunione che ha designato Jean-Claude Juncker al vertice della commissione Ue. Qui Renzi ha giocato una partita accorta, prive di quelle spavalderie che invece caratterizzano le sue mosse nazionali. Ha capito che i tedeschi avrebbero puntato sul lussemburghese – forti anche del risultato popolare, visto che l’Europa ha voluto imitare l’Italia dando la possibilità di inserire nella scheda elettorale il nome del candidato a fianco di quello della lista, pur non essendo prevista l’elezione diretta – e si è prontamente allineato. Cercando di avere in cambio tre cose: prima di tutto un posto di rilievo per un italiano – sapendo che avere Draghi alla Bce limita le nostre ambizioni – in secondo luogo un impegno di condivisione piena del problema immigrazione da parte di tutta l’Europa, essendo le nostre coste il punto di sbarco più significativo con tutto quello che ne deriva in termini umanitari e di sicurezza, e infine una disponibilità a riequilibrare le attuali politiche di contenimento di deficit e debito con quelle, finora mancanti, di sviluppo.
Ora, sul primo obiettivo i giochi sono ancora in corso, visto che le nomine saranno formalizzate a metà luglio e quindi ci sono ancora due settimane di attività politico-diplomatica da svolgere. Qui l’abilità tattica di Renzi gli verrà in soccorso, ma solo all’ultimo si vedrà quale carta gli sarà rimasta in mano. Quella della Mogherini a capo della politica estera europea? Considerato che quest’ultima non esiste, sarebbe un’ottima chance se chi dovesse ricoprire quel ruolo, finora solo formale, avesse le qualità da statista necessarie per creare una posizione europea sui diversi dossier mondiali. Ma, appunto, occorre qualcosa di più di un ministro volonteroso. Se invece altre saranno le carte pescate nel mazzo, tipo un qualche ruolo di commissario (come lo era Tajani), allora sarà importante giocare il nome giusto per il posto giusto, evitando la tentazione di decidere sulla base di convenienze interne, come quella di liberare qualche casella nell’esecutivo, magari da cogliersi come occasione per un più largo rimpasto. Vedremo.
Il secondo obiettivo è rimasto lettera morta. Come dimostra il fatto che nell’ultima bozza di conclusioni del vertice europeo è scomparsi il cosiddetto “mutuo riconoscimento” delle decisioni sull’asilo, punto fortemente voluto dall’Italia, che peraltro in precedenza veniva indicato genericamente come “nuovo passo futuro” e poi addirittura declassato, su pressione dei paesi nordici, a “possibilità da esplorare”. Mentre sul terzo punto, quello considerato a ragione maggiormente decisivo, ciò che abbiamo spuntato appare assai poco di sostanza. Sì, c’è un accordo sulla necessità di ricorrere alla flessibilità nella gestione dei conti pubblici per rilanciare crescita e occupazione, ma pur sempre dentro il perimetro dei patti, vergati in lingua tedesca, fin qui vigenti. Non sarà l’ennesima vittoria della Merkel di cui i nemici di Renzi parlano, ma neppure la tanto sbandierata “svolta” nella politica economica continentale. Anzi, l’Europa a “due velocità” tirata fuori dalla Merkel con l’apparente intento di offrire un ramoscello d’ulivo a Cameron dopo lo schiaffo su Juncker, rischia di essere per noi – che fatichiamo persino più dei “pigs” a uscire dalla crisi – un pericolo se non addirittura una fregatura conclamata.
D’altra parte, lo stesso presidente del Consiglio ha definito il vertice “tosto e complicato”, a testimonianza che il quadro europeo è ben più complesso della solita semplificazione che si tende a fare nell’italico dibattito da pollaio. E che i proclami possono anche servire a tener alto l’indice di fiducia degli italiani, ma non sono fattive soluzioni ai problemi. Schema, questo della dicotomia tra le parole e i fatti, che tocca applicare anche alle cose di casa. Si prenda il confronto tra le stime della Confindustria e quelle del governo sulla crescita economica di quest’anno: 0,2% contro 0,8%. In termini statistici la distanza è grande: un rapporto di uno a quattro. Ma a ben vedere quei sei decimi di punto sono poca cosa se si guarda alle due ipotesi con l’occhio di chi guarda un pochino oltre la punta delle scarpe: in entrambi i casi, la valutazione è che l’economia italiana è uscita dalla recessione per entrare in una fase di stagnazione. Poi, ovviamente, è meglio crescere dello 0,8% che dello 0,2%, e nel primo caso è più facile immaginare di avere la ripresa un pochettino più a portata di mano rispetto al secondo, ma niente di più. Insomma, in entrambi i casi possiamo dire che abbiamo scongiurato il baratro ma non possiamo considerarci fuori dal tunnel, e rispetto alla politica mordi e fuggi fin qui praticata per entrare in una fase di ripresa vera e durata occorre fare ben altri passi.
Dunque, evitiamo dibattiti inutili e domandiamoci invece cosa dobbiamo e possiamo fare, sia in Europa che in casa, per rimontare il declino. Un punto di leva, che va riconosciuto a Renzi come suo principale merito, ce l’abbiamo e va usato: la fiducia. Renzi ha indubbiamente riacceso la speranza, specie tra gli imprenditori, che è ingrediente fondamentale per rimettere il paese sulla via della crescita. Solo che gli effetti, in termini macro, sono ancora molto labili, e tali resteranno se questa fiducia “sulla carta” non riceverà iniezioni di cemento armato, sotto forma sia di traduzione in atti di quelle intenzioni che hanno costituito l’impasto con cui si è costruito l’effetto fiducia stesso, sia di progetti riformatori meno mediatici e più solidi. Insomma, quel grande piano Marshall di cui da questa tribuna parliamo a perdifiato da tanto (troppo) tempo.

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