
La quarta manovra del governo Meloni continua a produrre colpi di scena. C’è ormai un modo tipico, meloniano, con cui certe decisioni entrano nella vita del Paese: non con un grande dibattito pubblico, non con una scelta dichiarata e discussa davanti ai cittadini, ma con emendamenti infilati nella manovra. È accaduto per le pensioni e ora accade per la militarizzazione della economia e della società.
Dentro la legge di bilancio, spunta un emendamento molto breve (una decina di righe) che punta a favorire la produzione e il commercio di armamenti. Nasce da tre proposte praticamente identiche presentate da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, poi riunite dal governo in un unico testo.
La norma prevede che, con uno o più decreti del Ministero della Difesa, “di concerto” con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, vengano individuate attività, aree, opere e progetti infrastrutturali considerati “strategici” per la difesa nazionale.
Si crea una corsia preferenziale e tutta nelle mani dell’esecutivo per realizzare, ampliare, riconvertire, gestire e sviluppare capacità industriali legate alla difesa.
È una cornice che può orientare investimenti, territori, fabbriche, filiere.
È un passo decisivo per attuare il passaggio ad una economia di guerra, coerente con la scelta della corsa al riarmo e dell’aumento della spesa militare.
“Militarizzazione” vuol dire far entrare logiche, strumenti e poteri militari dentro ambiti che prima erano civili.
Possono esserci molteplici forme di questo processo che può investire ogni settore della società e dell’economia.
Può esserci la militarizzazione dei luoghi: un porto, una stazione, un quartiere diventano “area sensibile”, zona militare con più controlli, perimetri, accessi limitati, vigilanza armata, procedure speciali.
Pezzi di industria e investimenti pubblici possono essere orientati alla produzione per la difesa (armi, munizioni, tecnologie dual use), anche tramite riconversioni di impianti o incentivi dedicati.
La stessa politica può essere militarizzata quando scelte e priorità vengono giustificate soprattutto con la “sicurezza” e la “difesa”, e si spostano risorse e decisioni dal settore sociale alla difesa.
Anche la sicurezza interna può essere ridisegnata: compiti che una volta erano tipici della polizia e della gestione civile dell’ordine pubblico possono venire svolti sempre più con modalità e strumenti militari.
È un processo di regresso delle libertà democratiche e di costruzione di un ordine militarizzato, dove a decidere sono ristrette gerarchie dell’esercito e le élites politiche ed economiche.
E tutto questo viene deciso alla vigilia di Natale con un emendamento di poche righe che affida la militarizzazione dell’Italia a decreti presi di “concerto” tra Crosetto e Salvini e, ovviamente, la presidente Meloni
Il riflesso classico delle destre di prepararsi alla guerra per sottomettere ogni ganglo della società al suo volere torna prepotentemente a ripresentarsi.
Fosse per me, andrei subito a verificare la possibilità di svolgere su questo dispositivo, infilato all’ultimo momento nella legge di bilancio, un referendum abrogativo perché non si cambiano le regole fondamentali e le basi della vita del Paese senza coinvolgere il popolo italiano.
Enrico Rossi

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