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Un’idea sbagliata sulla crisi economica
L’ILLUSIONE CONSERVATIVA

L’attendismo è il modo peggiore per far ripartire il Paese. di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 16 Marzo 2009

Nel mondo economico italiano c’è in giro un’idea sbagliata, e per molti versi pericolosa, relativa alla crisi in atto. Più o meno recita così: si può discutere se la “nottata” sarà breve o lunga, se sarà semplicemente fredda oppure gelida, o viceversa tiepida, se lascerà sul campo tanti morti e feriti o appena un po’, ma di una cosa si può essere sicuri, e cioè che presto o tardi finirà e che dopo le cose torneranno ad essere come prima. In sostanza, ci si può dividere sulla durata e l’intensità della crisi, ma non sul fatto che il nuovo giorno che nascerà dopo la “nottata” sarà eguale all’ultimo che abbiamo vissuto prima che le tenebre della recessione ci avvolgessero. Ed è proprio qui l’errore: la crisi è sì congiunturale – nel senso che determina un “contro-ciclo” rispetto al lungo ciclo di crescita degli ultimi due decenni – ma anche strutturale, nel senso che per intensità e profondità non potrà che modificare, e pure in misura straordinaria, regole, assetti, mentalità, protagonisti del sistema economico preesistente. Per esempio, non reggeranno le vecchie normative e prassi, che dovranno necessariamente lasciare il passo ad un diverso sistema di legal standard, internazionali e nazionali.

E di conseguenza, anche le istituzioni preposte sia ad emanare le regole sia a vigilare sulla loro effettiva applicazione non potranno più essere le stesse. Ma questo, si dirà, è terreno proprio della politica, non delle imprese. Giusto. Ma eguale pronostico di profondo cambiamento tocca, a maggior ragione, gli imprenditori e i manager, che dovranno fare i conti con la necessità di inventare nuovi prodotti, definire nuovi standard produttivi, costruire nuovi mercati, stabilire nuove regole di governance delle società e delle dinamiche aziendali.

L’idea, oggi ancora imperante in Italia, che tutto tornerà più o meno come prima, e che dunque si potrà salvare le imprese, se stessi e persino le abitudini più consolidate, potrà anche suonare consolatoria in un momento di così grossa difficoltà, ma rischia di procurare due guai egualmente letali. Il primo è di far affrontare la crisi con una sola arma in mano, quella del taglio dei costi.

Cosa che, per carità, sarà pure necessaria, ma certo non può esaurire la gamma delle possibili reazioni e dimostra la pochezza di molti dei protagonisti della vita economica, a cominciare da quelli che in questi anni hanno magari più di altri calcato la scena sotto i riflettori. Facile fare utili e raccontare le proprie case history sui giornali quando tutto gira a mille, ma è nei momenti di particolare difficoltà che la selezione darwiniana ci consegna i migliori. Il secondo guaio riguarda il dopo: con un atteggiamento conservativo, ammesso e non concesso che si resista nel durante, è sicuro che non si riesca a ripartire una volta che la tempesta sarà terminata. Ed è per noi, per il capitalismo italico, il pericolo più grande che oggi corriamo.

Vedo in giro un eccessivo fatalismo, e poco importa se esso è figlio di troppo pessimismo, come dice Berlusconi, o di troppo ottimismo, come temono coloro che hanno bene in mente la portata della crisi. Nell’uno come nell’altro caso, il risultato non cambia: si tagliano i costi e si aspetta che tornino tempi migliori. Ma questi verranno solo per chi, nel frattempo, sarà stato proattivo. C’è qualcuno che sta facendo investimenti anti-ciclici? Che evita di ridurre in modo indiscriminato le spese promo-pubblicitarie? Che ha messo al lavoro un po’ di uomini per studiare cosa sta accadendo nel mondo e per ridefinire, di conseguenza, le proprie strategie? Solo poche, lodevoli, eccezioni.

Incontro imprenditori, sento banchieri, parlo con manager di multinazionali, ma non percepisco alcun fervore, nessuno che colga la crisi come una grande opportunità. I verbi sono attendisti o al futuro: aspettiamo, vediamo, decideremo. Eppure mai come in questa circostanza capire cosa sta succedendo e immaginare cosa accadrà dovrebbe essere pane quotidiano.

L’unica scusante è che l’attendismo riguarda tutto il Paese. E che c’è qualcuno, anche autorevole – penso al De Rita letto ieri mattina sul Corriere della Sera – che s’incarica di esaltare le qualità di questo approccio soft alla crisi. Proprio quello che al presidente del Censis sembra una qualità – la capacità del modello di sviluppo italiano di “redistribuire la crisi” – a me pare invece la catena che ci lega ad una forma di capitalismo e di organizzazione della vita sociale che in questi anni ha procurato il declino, ha impedito al Paese di avere una strategia per il futuro e domani ci potrà impedire di cogliere le novità del “dopo crisi”. Ammesso che gli argini tengano, e che la “nottata” passi relativamente presto, i conti si faranno dopo. Ma non vorrei che fosse troppo tardi.

Enrico Cisnetto
(da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta)

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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