E’ più Europa l’idea della Porta di Brandeburgo, muro di Berlino, o la lotta sulle quote latte? Ci sentiamo più europei per l’euro in tasca o per la battaglia delle etichette sui pomodori? In altre parole, l’idea d’Europa passa attraverso i tradizionali canoni dei simboli e degli stemmi oppure è variabile e mobile? Certo, come direbbe mia mamma, rispondere a queste domande non ci cambia immediatamente la vita e non abbassa le tariffe ma fa bene allo spirito . Le Conversazioni d’Europa sono un classico della primavera bolognese. Caldo o freddo, fresco o tiepido, elezioni o calma piatta, Antenna Europa, con le instancabili Stefania Fenati e Marina Marino, crea salotti e dibattiti con scrittori, urbanisti, filosofi, scienziati per rispondere sostanzialmente ad una domanda: siamo e quanto siamo cittadini europei? Domanda delicata e super attuale. Quella sull’idea di città ha scatenato un piccolo putiferio per la volutamente provocatoria dichiarazione del noto storico dell’arte Eugenio Riccomini: “L’Europa? Non ha un simbolo, quindi non esiste. E’ solo un’idea. Un’organizzazione, un’entità come l’Europa che non ha un simbolo riconosciuto, le stelle e il blu non sono uno stemma, non esiste di fatto nella percezione dei cittadini e della storia”. E giù di dotte riflessioni sull’origine dell’alfabeto, sulle radici in Fenicia, sulle caratteristiche culturali. Per dimostrare, dice il professor Riccomini, che l’Europa è sostanzialmente una finzione. Con tanta burocrazia e con tanti summit ma non sentita dalla gente. A proposito, la gente. Ecco il problema. L’idea di città europea che ha la gente, dipende dalla gente. Non solo ma l’idea d’Europa e di cittadinanza europea dipende dalla generazioni. E questo è stato il grande risultato di quel dibattito con gli esperti architetti Evangelisti, Praderio, Caliri e il rappresentante dell’ufficio italiano del Parlamento europeo Marzocchi, che andrebbe davvero in qualche maniera distribuito. Eccolo: mentre i cittadini europei over 35 cercano un’Europa dei simboli o della integrazione, i nuovi cittadini europei quelli 16 – 35 che l’Europa la vivono davvero in Erasmus, low cost, scambi universitari, tirocini internazionali, sanno che c’è un’Europa dello scambio, dell’interesse, del lavoro, della ricerca. A loro i simboli interessano “il giusto”. Se non si chiarisce in partenza questa distinzione si rischia davvero di fare una polemica inutile, l’ennesima sull’Europa che vogliamo o che non vogliamo. E’ ovvio che i sopravvissuti alla seconda Guerra mondiale hanno una voglia d’Europa che non è del neo biologo 24enne che salta da Barcellona a Stoccolma partendo da Ferrara. E solo questa varietà variabilità di espressioni fa l’Europa delle idee che per forza di cose – par di poter dire- non può racchiudersi in un simbolo fenicio. In fondo è pure normale che quando vediamo collegamenti televisivi dalle capitali europee in realtà vediamo striscioni e bandiere e non torri o panorami storico architettonici caratteristici perché non c’è il luogo simbolo dell’Europa, essendo la sua caratteristica principale la varietà: sono esempi il ponte Carlo di Budapest e i palazzi comunitari di Bruxelles, i canali di Amsterdam o la Torre di Londra, il Colosseo di Roma o il Partenone di Atene ma nessuno di questi può essere considerato un simbolo unico proprio per effetto della consolidata varietà. Quella che i giovani dell’Appartamento spagnolo, film del 2002 di Cédric Klapisc ci hanno insegnato plasticamente. In fondo la vera idea d’Europa stava in quel frigorifero. Un cartoccio ed una bottiglia per nazione. Dell’appartamento spagnolo appunto.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

Lascia un commento