
Forse questo carattere è dovuto ai miei studi sulla retorica antica e soprattutto sulla topica, lo strumento per l’analisi critica di una questione per la composizione del discorso. Nell’attività culturale ed educativa dell’uomo è possibile ravvisare dalla tarda Antichità in poi alcuni tratti costanti, come la facoltà di riflessione razionale e discussione critica della tradizione precedente e delle condizioni in cui l’uomo si trova a vivere, e il tentativo di rendere disponibili ai contemporanei e ai posteri i risultati delle proprie ricerche.
Boezio e Marziano Capella, Tommaso d’Aquino, Brunetto Latini, Dante, Boccaccio, Lorenzo Valla, Agricola ed Erasmo da Rotterdam riconsiderarono criticamente le nozioni ricevute dal loro contesto culturale, le rielaborarono e trasmisero ai loro contemporanei e a noi. In questa attività sembra che sia operativo il principio che ho chiamato di comunicazione e diffusione, contrapposto al principio di autorità1. Tale orientamento alla comunicazione della conoscenza e alla critica razionale sembra operante anche nell’attività degli enciclopedisti francesi e degli intellettuali illuministi.
La tendenza (soprattutto ottocentesca e novecentesca) alla specializzazione e all’approfondimento delle discipline ha condotto ad una incapacità di comunicazione tra i diversi specialisti, dei quali si è costretti ad accettare l’autorità nei rispettivi campi di conoscenza, senza alcuna possibilità di verifica razionale e di critica. Sembra tuttavia che anche nell’epoca contemporanea operi il principio di comunicazione e diffusione – e quindi anche il principio opposto di autorità – per esempio con internet, l’uguaglianza dei diritti, il suffragio universale, la possibilità di accedere (quasi) universalmente all’istruzione e alla cultura.
D- Rocchio, le avanguardie del novecento come chiave di lettura per il nostro tempo debole, erano umanesimi tecnologici misconosciuti e pensiero ancora solido?
La critica delle Avanguardie novecentesche nacque secondo me anche dalla consapevolezza che l’uomo nella civiltà industriale non aveva possibilità di sviluppare appieno le sue potenzialità. Pensiamo per esempio a Boccioni, alla sua esaltazione del movimento come nuova concezione della realtà realtà e della vita, per rappresentare la quale egli stesso ha consapevolmente escogitato nuovi nuovi codici di espressione. Sembra che la sua ricerca si svolga intorno alla nuova condizione dell’uomo nella sua epoca, nella quale baluginavano per i futuristi e per i dadaisti nuove modalità di vita e sconfinate possibilità di espressione creativa. Sembra che il secolo breve, che ha migliorato enormemente le condizioni di vita nel mondo occidentale, non abbia attuato queste esaltanti possibilità, né per il mondo occidentale, né per il resto del mondo. Perciò il pensiero avanguardistico è senza dubbio attuale, molto probabilmente umanistico – anche nel senso chiarito da Oscar Nuccio nel suo Pensiero economico italiano1 – e certo, anche rigoroso, almeno in quanto adatta i concetti filosofici antichi alla condizione del nascente uomo tecnologico. Probabilmente, se smettiamo di considerarle solo fenomeni transitori verso la stabilizzazione di scuole artistiche, abbiamo molto da imparare dalle Avanguardie novecentesche, come minimo una purezza di sguardo sulla realtà e il coraggio di interpretarla e di spiegarla così com’è.
*intervista a cura di Roby Guerra

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