
Mentre l’attenzione mediatica si concentrava su sorrisi, strette di mano e dichiarazioni di facciata durante la prima visita del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Casa Bianca, un aspetto della missione americana merita ben altra attenzione: l’impegno a destinare 10 miliardi di euro aggiuntivi alla spesa militare italiana per arrivare almeno al 2% del PIL, come puntualmente avvenuto successivamente. Pura follia! Una cifra enorme, soprattutto se inserita in un contesto economico come quello attuale, dove ogni euro pubblico dovrebbe essere pesato con estrema attenzione. Eppure, questo impegno è stato presentato come un atto dovuto, quasi inevitabile, in nome di un patto con la NATO risalente a vent’anni fa. Un accordo preso in tempi molto diversi, in un mondo molto diverso. Oggi le priorità dell’Italia dovrebbero essere altre. Il sistema sanitario nazionale è in crisi profonda, i medici scappano, le liste d’attesa si allungano, gli ospedali chiudono. La scuola è carente di risorse, gli insegnanti sono sottopagati e le strutture scolastiche spesso inadeguate. Le imprese soffrono, le famiglie faticano ad arrivare a fine mese. In questo quadro, scegliere di destinare una somma così imponente agli armamenti appare non solo miope, ma irresponsabile. Certo, la sicurezza è un diritto fondamentale e la difesa nazionale va garantita. Ma siamo davvero sicuri che aumentare la spesa militare sia oggi la strada giusta? È legittimo chiedersi se questo investimento serva a rafforzare la nostra reale capacità di difesa o piuttosto a rispettare logiche geopolitiche e industriali che poco hanno a che vedere con l’interesse dei cittadini italiani. Non si può ignorare che la paura, da sempre, è uno strumento potente in mano a chi detiene il potere. Alimentare l’idea di una minaccia costante giustifica spese straordinarie, limita il dibattito e distrae dai problemi reali. Ma l’Italia non è un Paese in guerra, né si trova sotto un’imminente invasione. E se davvero il rischio esiste, dobbiamo chiederci quanto possano incidere, in termini concreti, 10 miliardi spesi oggi in armi, rispetto alla portata dei conflitti globali moderni. Nel frattempo, l’Europa resta spettatrice “agitata” di guerre che non riesce – o non vuole – fermare. Il conflitto israelo-palestinese ne è un esempio emblematico. Una tragedia umanitaria che potrebbe essere affrontata con fermezza diplomatica, invece di essere strumentalizzata per giustificare nuovi investimenti in armamenti. Intanto la Germania ha già stanziato 1000 miliardi per il riarmo. Una cifra impressionante, che richiama alla memoria un passato che speravamo superato. Siamo davvero sicuri che questa sia la direzione giusta? Vogliamo tornare ad un’Europa divisa, armata, competitiva sul piano militare, anziché cooperativa sul piano politico e sociale? La politica dovrebbe partire dai bisogni reali delle persone. E oggi i cittadini italiani non chiedono missili, carri armati o droni. Chiedono un medico di base che li segua, una scuola che formi i loro figli, un lavoro stabile, bollette sostenibili, servizi pubblici all’altezza. Dieci miliardi possono fare la differenza. Per risanare ospedali, rilanciare la ricerca, investire nell’energia, nel digitale, nella cultura. Sprecarli in nome di una strategia militare non nostra, e forse nemmeno utile, è un errore storico.
Angelo Santoro

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