
Per fortuna già Shakespeare nelle sue tragedie e commedie, piene di intrighi e di colpi bassi, ci aveva fatto capire la stoffa della politica inglese (e non solo): quello che appare non è e quello che è non appare. Così tutto da interpretare l’ennesimo psicodramma che ha accompagnato in queste ore un nuovo rimpasto di governo e il clamoroso ritorno di David Cameron a Downing street. Ministro degli esteri al posto di James Cleverly che a sua volta ha rimpiazzato Suella Braverman agli Interni. In apparenza sembra l’inevitabile esito del braccio di ferro tra il Premier Sunak e la fautrice di una linea di ultradestra come Braverman, falco su tutti i temi, dalla immigrazione clandestina alla gestione dell’ordine pubblico nelle manifestazioni pro-Palestina di queste settimane. In realtà il rimpasto, che ha coinvolto mezzo governo, segna una nuova stagione: è ormai di nuovo guerra aperta all’interno del partito conservatore, che vede i pezzi da novanta del partito riposizionarsi in vista della campagna elettorale che porterà al voto entro l’anno prossimo.
Ultimo episodio, scatenante del cambio nell’esecutivo, è stato lo scontro senza precedenti tra Downing street e Scotland Yard in vista delle manifestazioni dello scorso weekend, con la rischiosa concomitanza tra marcia pro-Palestina e le cerimonie del Remembrance Day, la commemorazione dei caduti di tutte le guerre, nel giorno dell’armistizio con i tedeschi del 1918. Appuntamento sacro della vita nazionale. Braverman ne ha fatto occasione per un attacco diretto contro i vertici della Polizia metropolitana, accusati di essere troppo morbidi contro le “marce dell’odio filo-Hamas”. “Double standard”, duri contro gli hooligans (come in Italia anche qui spesso di estrema destra), troppo soft con le manifestazioni ambientaliste e di sinistra. All’inizio Sunak sposò questa retorica, chiedendo assieme alla sua Ministra il divieto di manifestare l’11 novembre.
Onore invece a Scotland Yard, che ha garantito l’ordine pubblico e difeso il diritto di scendere in piazza, in orari e su percorsi concordati per evitare che il corteo si incrociasse con le cerimonie ufficiali.
Singolare che la Metropolitan Police abbia dovuto per questo andare contro il governo e contro il proprio ministro di competenza. Così lo scorso fine settimana si sono svolte in contemporanea sia la più grande manifestazione pro-Palestina, sia la contromanifestazione dell’estrema destra, sia le celebrazioni ufficiali. Nessun incidente di rilievo nella imponente marcia della “Palestine Solidarity Campaign”. 300 mila partecipanti secondo la polizia, almeno 500 mila secondo gli organizzatori. Qualche slogan pro-Hamas o in odore di antisemitismo, ovviamente in teoria proibiti, e poco più. Decine di fermi invece nella contromanifestazione della “English Defense league” e di altri gruppuscoli di estrema destra. Resistenza a pubblico ufficiale, lancio di oggetti contro la polizia, slogan razzisti. Insomma, i fatti hanno dato ragione a Scotland Yard, le manifestazioni si potevano tenere sotto controllo. Le uscite della Braverman avevano solo alimentato la tensione.
Probabilmente era proprio quello che voleva: accentuare il suo profilo di destra, farsi cacciare dal governo e candidarsi a capo della fronda interna a Sunak, in attesa della prossima probabile sconfitta elettorale e della resa dei conti. Con lei ad aspettare come avvoltoi sono infatti personaggi di spicco dei Tories come l’ex ministra Priti patel, l’ex Premier Liz Truss, la Ministra del Commercio Kemi Badenoch, che all’ultimo congresso conservatore avevano flirtato addirittura con un outsider screditato come Nigel Farage. Una compagine populista pronta a sparare sul governo anche in campagna elettorale. E qui entra in gioco Cameron.
Ex Premier, rimasto fuori dalla politica attiva dal 2016, dopo la sconfitta nel referendum sulla Brexit incautamente indetto e malamente perso per pochi punti. Conferenziere con ingaggi da sogno e lobbysta in molti settori, era già discretamente stato consultato da Sunak su numerosi dossier. Ha dovuto essere nominato Lord in fretta e furia per riaprirgli la strada del governo. Un rientro che ha un solo significato: rimettere al centro la barra del partito, spostata a destra da Boris Johnson in poi e cercare di ritrovare una immagine di affidabilità, persa nei ripetuti cambi di governo dell’anno scorso. Mossa del cavallo, anche per bloccare Boris Johnson, diventato arcinemico di Cameron nella battaglia della Brexit e ora anche di Sunak. Proprio in queste settimane l’ex Premier è al centro di imbarazzanti rivelazioni della Commissione sul Covid, che fanno impallidire il Partygate dei festini a Downing street durante i Lockdown. Eppure, ha avuto il coraggio di uscire ancora allo scoperto per attaccare Sunak: “con te i Conservatori stanno scivolando verso la sconfitta” gli ha rinfacciato.
Grande movimento di truppe, dunque, ma non è detto che recuperare Cameron cambi molto il gradimento del partito che dopo quasi 14 anni di governo mostra evidenti segni di logoramento. Secondo i sondaggi, i Britannici non hanno perdonato all’ex Premier la dura austerità imposta dal 2010 in poi e nemmeno di avere lasciato precipitosamente Downing street nel giorno della sconfitta referendaria, affidando ai suoi successori la patata bollente di una uscita dall’Unione europea tutta da definire. Anzi inserire un “Remainer” (anti Brexit) come Cameron in una compagine governativa di “Leavers” (pro Brexit) è un azzardo non da poco. L’ala antieuropea del partito e nel governo già vede all’orizzonte compromessi con Bruxelles e preannuncia battaglia.
Le opposizioni fanno ironia, “back to the future” dicono i Laburisti, che sperano di capitalizzare anche questo terremoto politico degli avversari. Ma almeno la mossa di Sunak ha ridato slancio al centro moderato del partito. Gli eserciti sono schierati, le due anime si confronteranno energicamente, prima e dopo le prossime elezioni.
Marco Varvello
(capo redattore Tg1 a Londra)

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