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Ucraina: Zelensky sotto pressione

Il presidente ucraino si dice pronto a indire elezioni nel paese per mostrare flessibilità di fronte alle pressioni di Trump, che torna ad attaccare la “debole” Europa, ma il momento resta estremamente critico. Donald Trump accusa, Volodymyr Zelensky risponde. A margine della sua tappa romana di martedì, durante la quale ha incontrato sia Papa Leone XIV che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il leader ucraino ha dichiarato che il suo paese è “pronto per le elezioni”, che potrebbero tenersi nei prossimi 60-90 giorni. Tuttavia, ha precisato il presidente ucraino, la sicurezza delle operazioni di voto andrebbe garantita con l’aiuto degli Stati Uniti e degli alleati europei.

di Istituto Ispi | 11 Dicembre 2025

Donald Trump accusa, Volodymyr Zelensky risponde. A margine della sua tappa romana di martedì, durante la quale ha incontrato sia Papa Leone XIV che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il leader ucraino ha dichiarato che il suo paese è “pronto per le elezioni”, che potrebbero tenersi nei prossimi 60-90 giorni. Tuttavia, ha precisato il presidente ucraino, la sicurezza delle operazioni di voto andrebbe garantita con l’aiuto degli Stati Uniti e degli alleati europei. Le dichiarazioni di Zelensky sono arrivate in risposta alle affermazioni incendiarie di Trump in un’intervista fiume rilasciata a Politico, durante la quale l’inquilino della Casa Bianca ha accusato l’amministrazione ucraina di usare la guerra come pretesto per non tenere le elezioni. Il Tycoon newyorchese non ha risparmiato critiche all’Europa, già nel mirino della Casa Bianca con la pubblicazione della Strategia di sicurezza nazionale (Nss). Trump è tornato a descrivere il Vecchio Continente come un gruppo di “paesi in decadenza” guidati da persone “deboli”, che letteralmente “non sanno cosa fare”. Un affondo senza sconti, che non a caso ha riscosso il plauso di Mosca. “Trump ha detto la verità sui leader europei”, ha commentato Kirill Dmitriev, capo del Fondo russo per gli investimenti diretti. Con un’America sempre più schiacciata sulle posizioni del Cremlino, Zelensky sembra voler mostrare flessibilità per prendere tempo, ma il clima d’incertezza si fa sempre più pesante.

Ucraina al voto?

“Credo che la questione delle elezioni in Ucraina dipenda prima di tutto dal nostro popolo, non quello degli altri Paesi. Con tutto il rispetto per i nostri partner”, ha affermato Zelensky durante il suo breve soggiorno romano, in cui ha colto l’occasione per ribadire il suo apprezzamento per il sostegno dell’Italia a Kiev. “Ho sentito insinuazioni secondo cui ci stiamo aggrappando al potere, o che io personalmente mi sto aggrappando alla presidenza ed è per questo che la guerra non finisce”, ha aggiunto il leader ucraino, definendo queste affermazioni “una narrazione del tutto irragionevole“. Il mandato quinquennale di Zelensky, eletto nel 2019 con il 73% dei consensi, si sarebbe dovuto concludere a maggio 2024, ma le elezioni sono state sospese con la dichiarazione della legge marziale dopo l’invasione russa, iniziata a febbraio del 2022. Un sondaggio condotto a marzo scorso dall’Istituto internazionale di sociologia di Kiev (KIIS) ha rilevato che circa il 78% dei cittadini si oppone allo svolgimento di elezioni dopo un cessate il fuoco con garanzie di sicurezza, preferendo tornare alle urne solo dopo una soluzione completa al conflitto. La quota è scesa al 63% in un sondaggio di settembre, segnalando un piccolo – ma significativo – spostamento dell’opinione pubblica. Dal punto di vista pratico, ci sono notevoli ostacoli per l’organizzazione di elezioni in tempo di guerra. I soldati in prima linea potrebbero non essere in grado di votare, per non parlare dei quasi 6 milioni di ucraini rifugiati all’estero a causa del conflitto.

Un favore a Putin?

Lo scambio a distanza fra Trump e Zelensky è l’ennesima riprova della crescente insofferenza americana nei confronti del conflitto, che il presidente USA sperava di chiudere – o perlomeno congelare – in tempi decisamente più rapidi. “Parlano di democrazia – ha dichiarato Trump in riferimento agli ucraini – ma si arriva a un punto in cui non è più una democrazia“. La stoccata dell’inquilino della Casa Bianca sulle elezioni ucraine rappresenta un nuovo avvicinamento del discorso trumpiano alla narrativa russa. Negli ultimi anni, infatti, le autorità di Mosca – compreso il presidente Vladimir Putin –  hanno più volte ribadito di non voler firmare un accordo di pace con quello che ritengono un governo illegittimo, spingendo a favore di elezioni presidenziali. Questa posizione non si deve al fatto che il Cremlino crede nel processo democratico, ma al fatto che Mosca ritiene (in modo non del tutto infondato) che il voto possa innescare una crisi politica e sociale in Ucraina. Oleksandr Merezhko, presidente della commissione Esteri del parlamento ucraino, ha dichiarato senza mezzi termini che l’ipotesi di andare alle urne è “esattamente ciò che vorrebbe Putin”, dato che “una campagna elettorale sarebbe divisiva”. Il parlamentare ucraino ha quindi aggiunto: “Non essendo riuscito a distruggerci dall’esterno, Putin vuole distruggerci dall’interno”.

Una foglia di fico?

Al netto della questione elettorale, in questa fase sono ben altri gli elementi di pressione su Zelensky e in generale sull’Ucraina. I leader europei sono sempre più preoccupati per essere stati esclusi dai negoziati in corso, imperniati su una bozza di piano tra Stati Uniti e Russia che richiede ampie concessioni da parte di Kiev, suscitando allarme nelle capitali dell’UE. L’incontro di ieri tra Zelensky la premier Meloni, descritto dal presidente ucraino come “una discussione eccellente e molto approfondita su tutti gli aspetti della situazione diplomatica” segue i colloqui con il primo ministro britannico Keir Starmer e altri leader a Londra l’8 dicembre, prima che il presidente ucraino si recasse a Bruxelles per incontrare il segretario generale della NATO Mark Rutte e alti funzionari dell’UE. In questo contesto, il presidente ucraino ha dichiarato a Bloomberg che i negoziati con Washington vertono ancora su “questioni delicate”, tra cui le future garanzie di sicurezza e lo status delle regioni orientali dell’Ucraina, reclamate da Mosca. Con gli Stati Uniti ormai appiattiti su una logica di confronto tra potenze, certificata nero su bianco dalla Nss e in linea con la visione russa, all’Ucraina non resta sperare in un sussulto d’orgoglio dei partner europei, chiamati come mai prima d’ora a farsi strada tra Mosca e Washington per influire sul futuro del paese, ormai in guerra da quasi quattro anni.

Il commento

Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI

“Dall’infausto incontro alla Casa Bianca lo scorso febbraio, quando Trump e il suo vice rimproverarono Zelensky con toni durissimi accusandolo di ingratitudine, Kiev non ha mai smesso di cercare di compiacere il nuovo presidente. Ha assecondato quasi tutte le sue richieste: dal cessate il fuoco di 30 giorni, un tempo inconcepibile per gli ucraini, alla disponibilità a discutere persino il piano in 28 punti, pur essendo chiaramente irricevibile. Anche le recenti dichiarazioni di Zelensky sulle possibili elezioni vanno lette in questa chiave: il presidente vuole mostrare di essere disposto a tutto pur di non perdere l’appoggio statunitense e ottenere garanzie di sicurezza credibili per il paese. Restano però le enormi difficoltà logistiche e legali, oltre alle evidenti minacce alla sicurezza, che rendono qualsiasi voto una scommessa ad alto rischio”.

Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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