
È ancora una fumata nera quella levatasi da Istanbul, dove nel fine settimana si è svolto il secondo round di colloqui diretti tra Russia e Ucraina. L’unico risultato raggiunto tra le due parti riguarda un nuovo scambio di prigionieri, mille per parte, con la possibilità di aggiungerne 200 di età inferiore ai 25 anni o gravemente feriti, nonché 6mila salme per parte di soldati uccisi da recuperare durante una tregua di due o tre giorni in zone prestabilite del fronte. Per il resto, come prevedibile, l’incontro non ha fatto altro che fotografare la distanza tra le due parti. Impossibile non solo concordare un cessate il fuoco, ma neppure accordarsi sulla restituzione di 339 bambini ucraini rapiti secondo Kiev, “salvati” secondo Mosca “a costo della vita dai nostri soldati”. Volodymyr Zelensky ribadisce che Vladimir Putin “non dovrebbe ottenere nulla” ma conferma la volontà di un incontro diretto con la controparte russa, che però il Cremlino respinge. Nonostante il clima di diffidenza generale il padrone di casa, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, si è detto “fiducioso” e ha ribadito l’intenzione di organizzare un vertice di pace a tre con il presidente ucraino Zelensky, il presidente russo Putin e il presidente americano Donald Trump. Un’iniziativa accolta dalla Casa Bianca purché – fanno sapere – Putin e Zelensky “siedano insieme al tavolo delle trattative”. Ma l’ipotesi, nel contesto attuale, appare più remota che mai.
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Sulla pace Mosca non ha fretta?
Russi e ucraini si sono parlati. Ma a ben vedere le buone notizie finiscono qui. Nel corso del vertice, infatti, Mosca ha presentato un memorandum in cui chiede di risolvere le “cause profonde” del conflitto che non lascia presagire in alcun modo una rapida cessazione delle ostilità. Il Cremlino – secondo Axios – ha ipotizzato diverse condizioni per una tregua da implementare in due fasi. Una prima, temporanea della durata di un mese, in cambio della revoca della legge marziale e la smobilitazione delle truppe ucraine dalla Crimea e dalle quattro regioni del sud-est del paese parzialmente occupate dai russi (Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson). Successivamente una seconda fase per arrivare a una pace definitiva – che include anche la ripresa delle relazioni commerciali – e che secondo Mosca dovrebbe prevedere le stesse richieste già avanzate più volte dall’inizio dell’invasione: neutralità ucraina, messa al bando di qualunque attività militare e rifornimento di armi da paesi terzi, limite al numero di truppe e di armi dell’esercito regolare, conferma dello status di nazione “non nuclearizzata”. Kiev dovrebbe inoltre indire elezioni presidenziali e parlamentari entro 100 giorni. Nel complesso, la proposta conferma la scarsa fretta di Mosca di giungere a una rapida fine delle ostilità e la distanza tra due posizioni ancora diametralmente opposte. Kiev ha comunque annunciato che prenderà una settimana per esaminare il documento.

Mosca nella tela di Kiev?
Alla vigilia dell’incontro a Istanbul, l’Ucraina aveva sferrato l’operazione “Ragnatela”: un colpo durissimo inferto alle forze aree russe, con cui ha messo fuori uso – secondo le stime ucraine che parlano di danni per 6 miliardi di euro – un terzo dell’arsenale russo di missili da crociera. L’attacco, preparato per un anno e mezzo, è stato realizzato attraverso 117 droni occultati in container di legno a bordo di camion parcheggiati poco distante dalle basi aeree e a migliaia di chilometri dal confine ucraino: tra queste Olenja, presso Murmansk, e Belaja, nella regione di Irkutsk. Il servizio di sicurezza ucraino, l’SBU, ha spiegato che, al momento giusto, i tetti delle cabine sono stati aperti a distanza e i droni sono decollati per colpire i loro obiettivi. L’offensiva, programmata alla vigilia dei negoziati per permettere agli ucraini di rafforzare la propria posizione, osserva il New York Times “ha danneggiato le capacità strategiche di Mosca. Ma altrettanto significativamente, ha dimostrato la capacità dell’Ucraina di colpire quasi ovunque in Russia e di distruggere cacciabombardieri in grado di trasportare armi nucleari, dal costo di 100 milioni di dollari o più, con droni dal prezzo di soli 600 dollari”.
Messaggio per Putin?
Quella che alcuni blogger e analisti russi hanno definito “la Pearl Harbor di Mosca” ha assestato un colpo strategico all’aviazione militare e uno simbolico al presidente russo. E oggi, a distanza di appena due giorni, i servizi di sicurezza ucraini hanno condotto un’altra operazione unica nel suo genere colpendo, per la terza volta dall’inizio del conflitto, il ponte di Kerch che collega la penisola di Crimea con la Russia continentale. L’esplosione, ottenuta piazzando oltre mille chili di tritolo intorno ai piloni che reggono la struttura, non ha provocato vittime ma costituisce un altro schiaffo al mito dell’invulnerabilità russa. Il viadotto era stato realizzato per volontà del presidente russo dopo l’annessione della penisola nel 2014. “Il ponte di Crimea è un obiettivo assolutamente legittimo” in quanto costruito per collegare la Russia al territorio ucraino occupato e per fungere da “arteria logistica per il rifornimento” all’esercito russo, ha spiegato il capo dell’Sbu, Vasil Maliuk. Un’altra manovra che mira a confermare quanto emerso domenica, ovvero che contrariamente alla narrazione che la vede destinata a un’inevitabile vittoria, la Russia ha le sue vulnerabilità che Kiev non esiterà a sfruttare. Il messaggio per Putin è chiaro – osserva Paul Sonne: “Anche se l’Ucraina non è più in grado di avanzare sul campo di battaglia, continuare la guerra comporta comunque gravi rischi per Mosca”.
Il commento
di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI
“Difficile dire se quest’operazione possa davvero essere paragonata a Pearl Harbor, anche perché servono ancora tempo e più prove visive e satellitari per valutare l’entità dei danni. In ogni caso, la stessa divulgazione fa parte della strategia ucraina: rivelando i dettagli più spettacolari dell’azione, Kiev celebra un successo tattico e manda un segnale ai partner internazionali e alla popolazione stremata dalla guerra. Allo stesso tempo, si impone un costo psicologico ed economico alla Russia: in un clima di paura e incertezza, ogni camion può sembrare una minaccia e ogni autista un potenziale sabotatore. Le autorità russe saranno costrette a rafforzare i controlli interni, rallentando la logistica e appesantendo ulteriormente un sistema già sotto pressione. Tuttavia, Kiev non può esultare troppo. L’operazione nella regione russa del Kursk è un precedente di cui tener conto: pur brillante e audace, non si è rivelata quel “game changer” sperato dal governo ucraino”.
Alessia De Luca

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