
Il presidente degli Stati Uniti evoca la possibilità di uno spiraglio sul fronte diplomatico nel conflitto tra Russia e Ucraina. Secondo Donald Trump, Kiev e Mosca avrebbero raggiunto un’intesa per una tregua che prevede di sospendere gli attacchi reciproci contro obiettivi e infrastrutture energetiche. L’inquilino della Casa Bianca ha anche attribuito l’impennata dei prezzi globali dei carburanti alla guerra in corso alle porte dell’Europa e “non all’Iran”, riferendosi al conflitto scatenato a febbraio da Usa e Israele sul fronte mediorientale. Poiché finora i tentativi di Washington di mediare un cessate il fuoco non hanno raggiunto alcun risultato, l’annuncio ha alimentato le speranze di un accordo formale tra le parti in conflitto. Mosca ha fatto sapere di “accogliere con favore” la proposta del tycoon, ma senza specificare se intenda aderirvi. Vladimir Putin sarebbe riluttante a firmare un’intesa prima dell’inverno, ritenendo che i raid sulla rete energetica ucraina possano aumentare la pressione su Kiev e spingerla a concessioni. Volodymyr Zelensky dal canto suo ha aperto all’intesa, precisando tuttavia di aspettarsi rassicurazioni. “Se i partner sono pronti a garantire la reale volontà della Russia di non colpire le nostre linee elettriche, le altre infrastrutture energetiche, le infrastrutture critiche o la circolazione alimentare, allora noi siamo ovviamente pronti a garantire la corrispondente assenza di attacchi da parte nostra” ha scritto il presidente ucraino su Telegram. “L’Ucraina non è convinta che la Russia abbia la volontà di rispettare qualsiasi accordo”, ha aggiunto.

Un messaggio all’elettorato
L’accelerata di Trump sulla “tregua energetica” non si capisce se non inquadrandola nel contesto elettorale americano. Domenica, mentre era in visita in Irlanda, il presidente Usa ha attaccato Zelensky per gli attacchi con droni contro impianti energetici russi, attribuendogli la responsabilità dell’aumento dei prezzi globali di diesel e benzina. “Il signor Zelensky deve fare una cosa: deve smettere di distruggere le riserve di gasolio in Russia – ha detto Trump – Lasciatelo colpire i suoi obiettivi, ma non il gasolio, perché sta causando una carenza.” L’aumento dei prezzi dei carburanti negli Stati Uniti è diventato una zavorra politica per il presidente e i repubblicani, in difficoltà nei sondaggi a meno di due mesi dalle elezioni di metà mandato. Tuttavia, Trump racconta solo parte della verità: secondo una valutazione condotta dall’Istituto KSE ucraino, condivisa con il Financial Times, la guerra tra Usa e Iran ha avuto un impatto ben maggiore sulle forniture globali di gasolio e diesel rispetto a quella in corso in Ucraina. Secondo gli esperti le esportazioni in transito attraverso il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz sono infatti diminuite di 152 milioni di barili tra marzo e agosto, rispetto al calo di 68 milioni di barili delle esportazioni russe nello stesso periodo. “La perdita cumulativa derivante dal Golfo Persico è stata quindi circa 2,2 volte maggiore”, osserva il rapporto. Nel frattempo, i prezzi globali dell’energia continuano a salire rapidamente e venerdì, un attacco con droni contro l’oleodotto saudita Est-Ovest, utilizzato per aggirare la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha causato un’ulteriore e improvvisa impennata dei prezzi del greggio, che hanno sfiorato i 110 dollari al barile.
Kiev tra apertura e diffidenza
Mentre diversi organi di stampa ucraini sostengono che la mossa di Trump sia legata soprattutto alla politica interna Usa, Zelensky si è mostrato cauto riguardo all’intesa appena annunciata. Pur ammettendo che “la guerra deve finire e un passo per la de-escalation sulle infrastrutture potrebbe essere il primo verso la pace”, il presidente ucraino ha insistito sul fatto che i siti energetici sono obiettivi militari legittimi, e che colpirli consente all’Ucraina di contrastare la pressione di Mosca e delle sue truppe che hanno invaso il suo Paese più di quattro anni fa. “Ogni giorno, impianti energetici ucraini, infrastrutture portuali, logistica e persino magazzini di alimenti e prodotti farmaceutici diventano obiettivi”, ha scritto Zelensky su X, e ribadendo l’apertura di Kiev alla tregua ha chiesto garanzie affinché il patto non venga “annullato dopo che i russi avranno tenuto le loro elezioni e ottenuto un allentamento temporaneo sulle tensioni dei prezzi di benzina e diesel”, in vista del rinnovo della Duma nel fine settimana.
Da Sochi a Mosca
Dichiarazioni a parte, la situazione sul campo non incoraggia l’ottimismo. Questa settimana Mosca ha rivendicato la conquista di tre villaggi in Ucraina: Shyroke e Shevchenkove nella regione di Kharkiv, Novoandreevka a Zaporizhzhia. Anche la guerra di droni non conosce battute d’arresto: sempre secondo il Financial Times il presidente Putin ha spostato la conferenza annuale di politica estera organizzata dal Cremlino da Sochi a Mosca a causa di timori per la sicurezza legati all’intensificarsi della campagna di attacchi da parte dell’Ucraina. Venerdì scorso droni di Kiev hanno colpito una raffineria vicino all’aeroporto internazionale di Sochi, bloccando i voli e provocando una densa colonna di fumo nero sulla città. In vista delle elezioni parlamentari di domenica, riferiscono diverse fonti, Putin ha intensificato i viaggi all’estero evitando però in gran parte le città russe che si trovano nel raggio d’azione dei droni ucraini. Un dettaglio che vale più di molte dichiarazioni: mentre il presidente americano parla di tregua, il Cremlino continua a ridisegnare il perimetro della propria sicurezza.
Il commento
Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Co-Head, Russia, Caucaso e Asia Centrale
“Uno stop agli attacchi alle infrastrutture energetiche sarebbe molto apprezzato dai civili, sia ucraini sia russi, ma priverebbe i loro governi di uno degli strumenti di pressione sul nemico più forti nei rispettivi arsenali. Mentre l’Ucraina si dimostra comunque aperta all’ipotesi di una tregua energetica, la Russia non esita invece a ricorrere all’usuale tattica dell’ambiguità, gettando ulteriori dubbi sulla ripresa del negoziato di pace. Un negoziato che, in ogni caso, si svolgerebbe sullo sfondo di provocazioni sempre più frequenti e gravi nei confronti dei Paesi Ue, rendendo ancora più improbabile un ruolo di mediazione da parte di Bruxelles.”
Alessia De Luca

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