La minoranza russa nell’Ucraina orientale è passata dalle proteste alle “occupazioni” e ora a iniziative apertamente rivolte contro le istituzioni dello Stato e principalmente le sue forze armate.

Nelle ultime ore se ne sono avuti di sovrabbondanti, insistenti, allarmanti. Anche a volere ragionevolmente cercare di mantenere il senso delle proporzioni, non si può negare che, proprio alla vigilia di un meeting in calendario per oggi a Ginevra che ora assume contorni assai più decisivi, da ambo le parti sul campo, Russia e Ucraina, si stia passando invece dalle trattative ai gesti, dalla battaglia di propaganda ad azioni di carattere o almeno di aspetto sempre più bellico. I russi che continuano ad ammassare truppe alla frontiera ucraina possono ancora passare per un gesto dimostrativo, ma è quello che accade dall’altra parte di quella frontiera ha superato i limiti delle pressioni propagandistiche. La minoranza russa nell’Ucraina orientale è passata dalle proteste alle “occupazioni” e ora a iniziative apertamente rivolte contro le istituzioni dello Stato e principalmente le sue forze armate. Sventolano ora bandiere russe sui panzer che gli ucraini avevano mosso in direzione della frontiera ma sempre sul loro territorio per “riportare la normalità”. Una parte dei carri si è ritirata dopo avere ceduto le armi agli “insorti”. Questi ultimi sembrano ora disporre di una parte di quei mezzi. Si delinea una situazione simile a quella che si verificò un quarto di secolo fa sulla piazza Tienanmen di Pechino, quando si diffuse l’illusione che dei civili potessero fermare i panzer. Non andò così e se anche il “miracolo” si ripetesse fra il Donez e il Dnieper, non sarebbe una vittoria della democrazia, ma piuttosto la prova di uno sbandamento nel giudizio di tutti i protagonisti. Tutti, in una forma o nell’altra, si sono comportati nelle scorse settimane e soprattutto negli ultimi giorni come fossero convinti che la controparte – ogni controparte – stesse in fondo bluffando. Che le pressioni di Putin sulle frontiere nordorientali dell’Ucraina fossero dimostrative e potessero cessare in cambio del tacito riconoscimento dell’Occidente al fatto compiuto in Crimea così come la reazione russa in Crimea avrebbe finito con il fare da schermo alla sconfitta subita da Mosca nel resto dell’Ucraina con l’abbattimento di un governo “amico” da parte della piazza. Ora pare invece che i russi ora ricopino su più ampia scala non solo la strategia della piazza in loro favore in Crimea ma anche quella di Kiev e di molte altre città ucraine contro di loro nei giorni in cui la crisi si aprì. Sollecitando un ricordo allarmante o almeno triste: si ragionò così anche cent’anni fa, all’indomani di Sarajevo.

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