Cari amici, succede anche questo a Firenze. Di sicuro non sarà il nuovo aeroporto a dare ai fiorentini migliore conoscenza delle ricchezze artistiche di questa città. Non porterà, nella deprecabile circostanza della sua costruzione, alcun beneficio economico. Sarà ingiustificabile per costi, che ricadrebbero sui cittadini, e per spazio che dovrà occupare, in pieno centro di un’area ristretta tra Prato e Firenze a pochi chilometri dal centro storico. Persiste l’immagine che un grande aeroporto aggiungerà benessere attraverso il turismo e il suo indotto. Piccola com’è, invece, Firenze avrebbe bisogno di qualità ed attenzione, non di quantità ed intasamento urbano.
Enrico Martelloni.


Lo scontro è sempre stato tra i fautori dello stravolgimento di Firenze definito ingenuamente crescita e imperniato su areoporto, area metropolitana e scimmiottamenti vari di realtà urbane del tutto estranee, e chi per salvare Firenze fondatrice della modernità avrebbe dovuto difenderla dalla modernità stessa senza cadere nel passatismo. Si trattava di superare colonne d’Ercole dell’intelligenza e dell’immaginazione – ma non della cultura! – per cui nella patria di Vespucci non ci sono stati né naviganti né traghettatori. Capostipite della modernità Firenze non avrebbe dovuto inseguire la modernità, pena sprofondare nel circolo infernale della propria alterazione, nell’aggiornamento ossessivo della cosmesi. Lo stravolgimento iniziò con la speculazione successiva all’alluvione del ’66, di cui fra sei anni sconteremo retorica e buonismo resistenzialcattolico, insieme al recupero d’un fiorentinismo greve e defunto. L’alluvione fomentò il mito di salvare la città della cultura con la cultura relegando Fienze in un qui pro quo sterile e turistico che si è tradotto in speculazione. Chi ama veramente Firenze deve capire che qua si è sostanziato qualcosa di infinitamente più importante di ciò che oggi a vanvera si chiama cultura, qua furono tentati dei fondamenti che niente hanno a che vedere con il risaputo udibile nei convegni di studi sul Rinascimento o nelle code per il David. Rispetto a Firenze la cecità accomuna l’alto e il basso sentire che alla fine si trovano stranamente concordi pur di godersi la rendita d’uno scenario di cui si esige il rinnovamento.
Lo scontro è sempre stato tra i fautori dello stravolgimento di Firenze definito ingenuamente crescita e imperniato su areoporto, area metropolitana e scimmiottamenti vari di realtà urbane del tutto estranee, e chi per salvare Firenze fondatrice della modernità avrebbe dovuto difenderla dalla modernità stessa senza cadere nel passatismo. Si trattava di superare colonne d’Ercole dell’intelligenza e dell’immaginazione – ma non della cultura! – per cui nella patria di Vespucci non ci sono stati né naviganti né traghettatori. Capostipite della modernità Firenze non avrebbe dovuto inseguire la modernità, pena sprofondare nel circolo infernale della propria alterazione, nell’aggiornamento ossessivo della cosmesi. Lo stravolgimento iniziò con la speculazione successiva all’alluvione del ’66, di cui fra sei anni sconteremo retorica e buonismo resistenzialcattolico, insieme al recupero d’un fiorentinismo greve e defunto. L’alluvione fomentò il mito di salvare la città della cultura con la cultura relegando Fienze in un qui pro quo sterile e turistico che si è tradotto in speculazione. Chi ama veramente Firenze deve capire che qua si è sostanziato qualcosa di infinitamente più importante di ciò che oggi a vanvera si chiama cultura, qua furono tentati dei fondamenti che niente hanno a che vedere con il risaputo udibile nei convegni di studi sul Rinascimento o nelle code per il David. Rispetto a Firenze la cecità accomuna l’alto e il basso sentire che alla fine si trovano stranamente concordi pur di godersi la rendita d’uno scenario di cui si esige il rinnovamento.