Le strette ma (forse) meno stabili intese. L’esempio della Germania. Necessità e speranza.

Detto questo, immagino vi chiederete cosa alla fine abbia risposto al mio interlocutore. Ho rispolverato il vecchio approccio montanelliano, che peraltro non mi è mai appartenuto: “mi turo il naso e voto sì”. Conscio che, pur non essendo la summa di tutti i mali possibili e immaginabili, non è neppure quel che serve ad un Paese bisognoso della fiducia che si sprigionerebbe da una manovra coraggiosa più ancora che delle risorse materiali che una manovra “vera” avrebbe potuto tirar fuori. Ma altrettanto conscio che prima di tutto l’Italia deve uscire dall’emergenza politica e istituzionale figlia del fallimento della Seconda Repubblica, e che questo governo, specie ora che è passato da “larghe ma fragili intese” a “più strette ma (forse) meno instabili intese”, è l’unica risorsa che abbiamo – ci piaccia o non ci piaccia – per traghettarci fuori dalle rovine di questo maledetto ventennio. Nella convinzione che andare alle elezioni senza che preventivamente si sia consumata fino in fondo la frantumazione delle forze politiche e delle alleanze che hanno caratterizzato questi anni, e su cui giustamente è caduta la condanna inappellabile della stragrande maggioranza degli italiani, significherebbe lasciare agli elettori il compito di “finire il lavoro” già iniziato con il castigo inflitto a Pd e Pdl nel febbraio scorso. Occorre tempo, perché si macinino gli assetti attuali – che pervicacemente tentano di resistere nonostante l’avvertimento delle ultime elezioni, nell’infondata speranza che ci sia un’altra chance – e perché nascano nuovi soggetti e nuove leadership.
Certo, sarebbe meglio se questo tempo fosse riempito con maggiore acume e miglior risultato. Già qualche settimana fa, in questo stesso spazio, avevo segnalato con apprezzamento la “lentezza” con cui in Germania, senza nessuna polemica di stile italico, tardava a nascere il governo di “grande coalizione” che gli elettori tedeschi, pur tributando un grande successo alla Merkel, hanno voluto che democristiani e socialdemocratici (ri)facessero. Ora apprendiamo che il lavoro di preparazione del programma, racchiuso in ben 185 pagine fitte di impegni scritti senza margini di ambiguità, è terminato e che dopo il necessario passaggio di consultazione degli iscritti (da loro i partiti non sono stati buttati nella pattumiera) partirà un governo forte e coeso, che nessuno si sognerà di definire “anomalo”. Così avremmo dovuto fare anche noi, il giorno dopo il risultato elettorale. Invece prima abbiamo perso due mesi appresso all’idea bersaniana che il Pd avrebbe dovuto convincere i pentastellati ad evitargli l’infamia della coabitazione con Berlusconi. Cosa per fortuna impossibile, perché se solo lo fosse stata, possibile, sarebbe stata una tragedia. Poi, dopo la rielezione di Napolitano, tutti si sono obtorto collo piegati all’idea delle larghe intese, ma con un sacco di volpi sotto le ascelle. In queste condizioni, per il governo risultare al tempo steso indispensabile e deludente è stato un tutt’uno.
Ora leggo che Alfano vorrebbe, dopo il congresso del Pd – a proposito, faccio voto che succeda cosa analoga a quella successa nella sponda opposta, così il “decommissioning” della Seconda Repubblica accelera – stipulare un patto per almeno il 2014. Meglio tardi che mai.

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