
L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping doveva rappresentare il ritorno dell’America muscolare, quella che alza la voce, impone condizioni e costringe il resto del pianeta ad adeguarsi. Ma ancora una volta la realtà ha raccontato altro. Dietro le fotografie ufficiali e le strette di mano diplomatiche si è vista una Washington nervosa, costretta a cercare una tregua con quella stessa Cina che per anni aveva promesso di mettere in ginocchio.
Il problema è che Trump continua a leggere il mondo con categorie vecchie di quarant’anni. Pressione economica, minacce, dazi, propaganda interna e l’illusione che basti intimidire gli avversari per ottenere concessioni. Solo che la Cina del 2026 non è più la fabbrica sottocosto degli anni ’90. Oggi Pechino controlla terre rare, filiere industriali strategiche, elettronica, batterie, manifattura avanzata e una fetta enorme del commercio mondiale. Colpire la Cina significa inevitabilmente colpire anche l’Occidente.
E infatti è esattamente ciò che sta accadendo. I dazi americani non hanno demolito Pechino. Hanno invece aumentato costi industriali, tensioni sui mercati, inflazione e instabilità globale. La Cina nel frattempo ha fatto ciò che fanno le grandi potenze quando vengono attaccate: ha rallentato, ha assorbito il colpo, ha cercato nuovi partner e ha accelerato la costruzione di un sistema economico alternativo all’orbita americana.
BRICS, Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina. Mentre Washington continua a minacciare mezzo pianeta, Pechino lavora silenziosamente per costruire relazioni economiche stabili e di lungo periodo. Ed è questo che terrorizza davvero gli Stati Uniti. Non tanto la Cina militare, ma la Cina che diventa indispensabile.
Trump poi cade sempre nello stesso schema. Annuncia guerre commerciali devastanti, alza i toni, promette punizioni esemplari e poi, appena Wall Street inizia a tremare o l’economia americana mostra segnali di sofferenza, è costretto a frenare. Ormai perfino negli ambienti finanziari occidentali circola ironicamente la convinzione che ogni offensiva americana finisca inevitabilmente in una retromarcia mascherata da vittoria diplomatica.
Xi Jinping invece appare l’esatto opposto. Freddo, paziente, quasi impenetrabile. La Cina ragiona su orizzonti di venti o trent’anni mentre l’America sembra vivere dentro cicli elettorali permanenti e isterie mediatiche quotidiane. E nella geopolitica moderna la stabilità percepita vale quasi quanto la forza militare.
Poi esiste il vero detonatore globale: Taiwan. Per Pechino quella resta una linea rossa assoluta. E il problema è che ormai il rischio non è più soltanto commerciale o economico. Ogni escalation attorno a Taiwan rischia di trascinare il pianeta dentro una crisi militare gigantesca tra due superpotenze nucleari.
La sensazione è che gli Stati Uniti stiano lentamente scoprendo una verità molto scomoda: il mondo unipolare americano è finito. Washington può ancora colpire, sanzionare, destabilizzare e rallentare gli avversari, ma non riesce più a imporre unilateralmente la propria volontà al resto del pianeta come faceva dopo il crollo dell’URSS.
Ed è qui che Trump continua a prendere schiaffi geopolitici. Perché ogni volta che prova a fermare la nascita del nuovo mondo multipolare, finisce paradossalmente per accelerarlo. La Cina non sta cercando di entrare nell’ordine americano. Sta costruendo un ordine alternativo. E più Washington reagisce con aggressività, più molti Paesi iniziano a guardare verso Pechino come possibile contrappeso alla crescente imprevedibilità americana.
Alla fine questo vertice lascia soprattutto una fotografia simbolica: Trump cercava di mostrarsi dominante, Xi si è limitato ad aspettare. E nella storia delle grandi potenze, spesso è proprio chi ha il tempo dalla propria parte a vincere le partite più lunghe.
Non ci resta che aspettare sul bordo del fiume attendendo gli eventi, tanto noi, come al solito, non contiamo un ca@@o.
Piero Terracina

L’UE non conta nulla perché è al traino degli USA da quel dì. E si comporta come gli USA, ovvero con la stessa loro mentalità da Guerra Fredda.
Occorre una sinergia con la Cina e ricucire i rapporti con la Russia, facendola entrare nell’UE.
Occorre lavorare per una Nato che comprenda anche Russia e Cina.
Occorre riunire ciò che è stato diviso, ciò che è stato sparso dalle forze oscure del grande capitale e del suprematismo bianco liberale e anti democratico.