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Trump uno o trino?

Risorge una vecchia ipotesi: e se Trump non volesse davvero diventare presidente?

di Alberto Pasolini Zanelli | 8 Agosto 2016

Un’ombra si leva da un angolo per ora remoto del paesaggio elettorale americano. Un’ombra surreale ma non inedita, che potrebbe preannunciare uno sconvolgimento totale della gara. A guardarci meglio e a voler essere prudenti, di ombre se ne vedono anzi tre, tutte con i lineamenti di Donald Trump. A farle emergere sono dati e cifre delle ultime due settimane. Quelli canonici, i sondaggi. Il giorno della chiusura della Convenzione nazionale repubblica a Cleveland il candidato appena incoronato era in testa, sia pure di soli tre o quattro punti. Adesso, qualche giorno dopo la chiusura della Convention democratica, egli è dietro Hillary Clinton in misura variabile ma non controversa: dai sette ai dieci punti di ritardo. La media è nove, meglio compatibile con i giorni rimasti alla campagna elettorale di qui al fatidico primo martedì di novembre. Novanta giorni, nove punti. Troppi, forse, per recuperare. Lo dicono, lo indicano le cronache, le indicazioni sugli umori dell’elettorato ma soprattutto del mondo repubblicano. Il suo establishment ha sempre maltollerato la candidatura di un uomo per tanti per versi imprevedibile e assurdo. Adesso però il malumore è cresciuto fino a traboccare. Cominciano le defezioni. Quella di un deputato di New York, Richard Hanna, che ha definito Trump “incapace di fare il presidente”. Il senatore Harry Reid che, nell’imminenza del rapporto che la Cia deve fare a entrambi i candidati comunicandogli dati finora segreti, le consiglia di comunicare a Trump “dati falsi”. Tony Schwartz, vero autore anni fa di un libro uscito a firma di Donald Trump, ha detto di “credere sinceramente che se Trump vince e si impadronisce del “bottone nucleare” c’è una forte possibilità che ciò conduca alla morte della civiltà”. Un columnist noto come Roger Cohen definisce sul New York Times Trump uno “sociopatico”. L’andazzo si estende anche all’estero: il presidente francese Francois Hollande ha detto che le iniziative di Trump gli fanno “venire il vomito”. Quando si esagera a questo punto, forse, si finisce con il giovare a una vittima di questi attacchi.

In questo caso, però, potrebbe non essere così perché alle calunnie si sommano le gaffe di Donald Trump che sono autentiche e plurime, soprattutto in questi giorni: la rissa televisiva con il padre musulmano di un soldato Usa caduto in Irak che ricorda gli insulti dei primi giorni della campagna elettorale al senatore repubblicano McCain, prigioniero per quattro anni in Vietnam. Frasi che possono rovinare le chance del candidato repubblicano negli Stati a forte presenza e tradizioni militari, dalla Virginia al Colorado. Una serie impressionante di gaffe, che più ancora che in passato, sembrano riflettere un carattere “incontinente” e delle tentazioni autodistruttive. Trump dovrebbe sapere che, anche con il calo nei sondaggi probabilmente dovuto al successo della Convenzione democratica di Filadelfia, conclusa con una forzata conciliazione tra l’establishmente gli “insorti” sotto la bandiera “socialista” di Bernie Sanders.

Non tutti i dati sono così negativi, un’indagine della Cbs rivela che l’appoggio per Trump fra gli elettori repubblicani è salito all’81 per cento. I dirigenti del partito, che hanno fatto di tutto per impedire la sua candidatura, non osano adesso “scaricarlo”, pur non riuscendo a nascondere i contrasti anche di fondo. Questo perché i “vecchi” del partito sanno che la Clinton non è nonostante tutto imbattibile ed è per esempio considerata “non molesta”. Un crollo di Trump adesso metterebbe inoltre in pericolo la maggioranza repubblicana al Congresso, quindi meglio attendere, soffrendo, anche se non proprio in silenzio.

A meno che non si addensi la terza ombra che pare levarsi ora sul campo di battaglia elettorale. Risorge una vecchia ipotesi: e se Trump non volesse davvero diventare presidente? Se ciò non fosse stato mai nelle sue intenzioni? Se egli fosse conscio di non avere la formazione adatta a prendere decisioni così importanti dalla Casa Bianca? Se egli si fosse gettato nella mischia allo scopo principale di ricevere il massimo di pubblicità, di notorietà, di gloria anche se contrastata, di attenzione comunque in tutto il mondo? Egli non piangerebbe dunque di fronte alla sconfitta. O peggio potrebbe da un giorno all’altro ritirarsi dalla gara, tesaurizzando i frutti preziosi per il suo ego supergonfio. E lasciare che altri si azzuffino per una poltrona sostanzialmente tanto scomoda? Quella che visibilmente ha fatto soffrire Barack Obama.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, barack obama, battaglia, campagna elettorale, casa bianca, colorado, Donald Trump, francois hollande, hillary clinton, mondo, obama, Presidenziali USA, repubblica, senatore, usa

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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