
Il copione ormai è riconoscibile, quasi prevedibile nella sua ripetizione. Donald Trump alza i toni, minaccia azioni decisive, porta lo scontro al limite e poi, improvvisamente, si ferma. La decisione di sospendere l’attacco all’Iran, nonostante il fallimento del summit di pace in Pakistan, si inserisce perfettamente in questa dinamica. Non è un passo indietro definitivo, ma un’ulteriore tappa di quello che si può definire uno “stop and go” permanente della politica estera americana. Resta infatti il blocco navale nello Stretto di Hormuz, nodo strategico per il traffico energetico globale, una misura che continua a preoccupare la comunità europea per le sue inevitabili ricadute economiche e commerciali. Da un lato la sospensione dell’offensiva, dall’altro il mantenimento della pressione: una combinazione che tiene aperto il conflitto senza farlo esplodere completamente.
Il punto politico è che questa strategia non nasce soltanto da valutazioni geopolitiche. Nasce, soprattutto, da esigenze interne. Negli Stati Uniti cresce il malcontento per le conseguenze economiche delle scelte dell’amministrazione: aumento dei prezzi dell’energia, incertezza sui mercati, timori per una possibile escalation che avrebbe effetti diretti sulla vita quotidiana degli americani. Trump lo sa. E proprio per questo alterna fasi di tensione a momenti di apparente distensione, cercando di mantenere il controllo della narrazione. La guerra, in questa logica, diventa uno strumento di comunicazione. Non solo un fatto militare, ma un elemento della costruzione del consenso. Quando la pressione interna aumenta, il tono cambia. Quando il consenso sembra stabilizzarsi, la tensione torna a salire.
Ma questa oscillazione continua produce un effetto collaterale che rischia di sfuggire al controllo. L’incertezza. Gli alleati europei, già preoccupati per le ricadute economiche del blocco navale, faticano a interpretare la linea americana. Da un lato viene annunciata una sospensione dell’attacco, dall’altro si mantiene una misura – quella sul traffico nello Stretto di Hormuz – che incide direttamente sugli approvvigionamenti energetici e sui prezzi. L’Europa, in questo contesto, si trova ancora una volta nella posizione di subire decisioni prese altrove, senza avere la capacità di influenzarle realmente. E questo alimenta tensioni anche all’interno del fronte occidentale, con richieste sempre più esplicite di chiarezza e di stabilità.
Il rischio, alla fine, è che la strategia dello “stop and go” finisca per logorare non solo gli avversari, ma anche gli alleati e l’opinione pubblica interna. Perché se è vero che la pressione può essere uno strumento negoziale efficace, è altrettanto vero che l’eccesso di oscillazione riduce la credibilità. Trump continua a muoversi su questa linea sottile, convinto che la gestione della tensione sia la chiave per mantenere il controllo della situazione. Ma la realtà, come spesso accade, è più complessa della narrazione. E quando la complessità cresce, l’incertezza diventa il vero terreno sul quale si misura la leadership. Non più la forza delle parole, ma la coerenza delle scelte. Ed è proprio su questo terreno che si giocherà, nei prossimi mesi, la partita più difficile per la Casa Bianca.
Cesare Mannucci

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