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TRUMP, PUTIN E LA CONSAPEVOLEZZA DELLA REALTA’

Vladimir Putin “sta tirando i carri armati fuori dai musei per portarli al fronte”. Così, Keith Kellogg, durante il Warsaw Security Forum. “Le sue forze militari sono state decimate, le unità in prima linea sono state massacrate già nel primo anno di guerra”, ha continuato: “il problema è di Putin, non dell’Occidente. La Nato è molto ben allineata e ho grande fiducia in essa”. Sul futuro del conflitto, ha ribadito: “La Russia non sta vincendo questa guerra, e gli ucraini hanno combattuto in modo eccezionale. È un conflitto che va chiuso”. Guardando a possibili negoziati di pace, Kellogg ha ammesso “un certo livello di frustrazione”, ma si è detto fiducioso: “Credo che, in cuor suo, Putin sappia di non poter vincere. Io sono un ottimista perenne: bisogna sperare, e fargli capire che non può vincere nel lungo periodo”.

di Orio Giorgio Stirpe | 2 Ottobre 2025

Vladimir Putin “sta tirando i carri armati fuori dai musei per portarli al fronte”. Così, Keith Kellogg, durante il Warsaw Security Forum. “Le sue forze militari sono state decimate, le unità in prima linea sono state massacrate già nel primo anno di guerra”, ha continuato: “il problema è di Putin, non dell’Occidente. La Nato è molto ben allineata e ho grande fiducia in essa”. Sul futuro del conflitto, ha ribadito: “La Russia non sta vincendo questa guerra, e gli ucraini hanno combattuto in modo eccezionale. È un conflitto che va chiuso”. Guardando a possibili negoziati di pace, Kellogg ha ammesso “un certo livello di frustrazione”, ma si è detto fiducioso: “Credo che, in cuor suo, Putin sappia di non poter vincere. Io sono un ottimista perenne: bisogna sperare, e fargli capire che non può vincere nel lungo periodo”.
I casi sono due: o l’inviato speciale di Trump per l’Ucraina ha letto il mio libro scritto oltre due anni fa (improbabile, anche perché è in italiano), oppure quello che ho sempre scritto e detto corrisponde a quanto percepito dall’attuale Amministrazione americana – che pure disapprovo profondamente – e ai suoi organi di informazione ed analisi.

Ovviamente il fatto che tutti i Governi europei (meno quello ungherese) e del G7, la EU e la NATO abbiano un’opinione fermamente condivisa, e che quello americano che ne aveva una differente abbia cambiato atteggiamento e ora condivida quella degli altri, dovrebbe far riflettere chi ancora crede nell’invincibilità della Russia solo in quanto “è la Russia”. Fra costoro però ci sono quelli che a tale presunta invincibilità hanno scelto di credere per fede, e la fede come noto è qualcosa di irrazionale: non puoi cambiarla con un ragionamento; quindi, occorre rassegnarsi al fatto che una percentuale di persone manterrà la propria fede fino all’ultimo. Del resto, i terrapiattisti continuano ad esistere anche dopo l’Apollo, l’ISS e continueranno ad esistere dopo Artemis.
Io però vorrei qui evitare di riflettere troppo sui residui fedeli russofili così ostinatamente numerosi ormai solo nel nostro Paese: le cause di questa deriva cognitiva dipendono da cause che nulla hanno a che vedere con l’analisi militare e hanno molto più interesse a livello sociologico. Dal mio punto di vista analitico, questa dipende in larga parte dalla generale non conoscenza della lingua inglese, che costringe la massa dell’opinione pubblica italiana a seguire esclusivamente i media italiani, i quali a loro volta per la stessa ragione dipendono per le notizie soprattutto dall’ANSA, che è stata preventivamente colonizzata da attori governativi russi proprio in vista della campagna informativa da sviluppare nel nostro paese. Aggiungiamo a questo fattore fondamentale i retaggi fascista e comunista che hanno in comune il livore contro la cosiddetta “anglosfera”, il tradizionale atteggiamento disfattista nazionale e l’attitudine culturale a drammatizzare ogni cosa, e mescoliamo tutto per poi leggere il risultato alla luce della polarizzazione politica interna, e otteniamo come risultato un’opinione pubblica particolarmente vulnerabile alla disinformazione proveniente da organi statuali ostili interessati a spaccare, deprimere e separare i cittadini italiani dai loro alleati e dalle loro stesse Istituzioni. Risolvere questa situazione è compito della politica, quindi una volta individuato il problema io lascio la sua gestione a chi di dovere.

                                                 *

Quello che invece mi preme osservare è che se uno come Donald Trump, che a causa del suo narcisismo è notoriamente difficile da convincere a cambiare idea, si è alla fine persuaso che la sua opinione iniziale per cui la Russia fosse inevitabilmente avviata a sconfiggere l’Ucraina (che “non aveva le carte”) fosse errata, e questo è dovuto essenzialmente alle informazioni che in quanto POTUS riceve da organi informativi particolarmente sofisticati e ormai diretti da personale da lui scelto appositamente, appare strano che Vladimir Putin – che ha accesso alle stesse informazioni, molto più da vicino e da molto più tempo – non sia giunto alle stesse conclusioni.
Messa giù piatta: ma se la vede la NATO, la vede la EU, la vede adesso perfino Donald Trump, e la cosa è evidente perfino a un povero colonnello in congedo senza più accesso a informazioni classificate come il sottoscritto, come è possibile che la situazione senza uscita della Russia in ucraina non la veda anche Vladimir Putin, che ha – o dovrebbe avere – la migliore visuale su di essa?

Ovviamente la prima possibilità è che in qualche modo i suoi dipendenti riescano a nascondergli la realtà, e che lo facciano per paura di esserne considerati responsabili. Questo però richiederebbe la stretta collaborazione fra due personaggi-chiave rivali fra loro – il Capo di Stato Maggiore Generale, generale Valerj Gerasimov, e il Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa Nikolai Patrushev: il primo controlla direttamente le Forze Armate e il secondo ha un controllo sostanziale sull’insieme dei servizi di sicurezza e sull’apparato di Governo. La loro rivalità non è personale, ma sistemica: uno controlla l’altro per garantire la stabilità del regime. Una loro collaborazione nel mentire a Putin è da escludere.

La seconda possibilità è che Putin stesso si rifiuti di accettare la realtà e insista caparbiamente nel suo progetto per alimentare il suo ego (è narcisista anche lui, anche se in maniera meno conclamata di Trump). Questo è possibile: in fondo è la sua visione distorta della realtà ucraina che lo ha spinto a mettere in atto l’Operazione Militare Speciale con forze e modalità del tutto inadeguate prima, e ad insistere in una campagna militare fallimentare poi. Ma come Trump ha finito con il convincersi della realtà, anche Putin avrebbe dovuto ormai rendersi conto dell’impossibilità di sottomettere un’Ucraina ormai militarmente sempre più capace e sempre più sostenuta dai suoi alleati: ha un numero enorme di difetti, ma sicuramente è tutt’altro che stupido.

La terza possibilità è che Putin si renda perfettamente conto che il suo esercito non ha la capacità di pervenire ad una soluzione militare favorevole del conflitto. Il problema è che anche se ne è consapevole adesso, per troppo tempo ha rifiutato la realtà, continuando a rilanciare la posta politica in gioco, e adesso non può più permettersi – sempre politicamente – di lasciare il piatto ai suoi avversari.

*

Se le prime due possibilità appaiono poco probabili, occorre esplorare meglio la terza.
Mettiamoci nei panni di Putin, oggi: se davvero si rendesse conto che non può più prevalere militarmente sull’Ucraina, cosa dovrebbe fare?

Ovviamente, non può “arrendersi”, o dare la sensazione di farlo: è un autocrate russo, e in Russia gli autocrati non sopravvivono, se non provvisoriamente, ad uno smacco politico-militare; e si parla di sopravvivenza fisica, non solo politica. Ci penserebbero gli apparati del suo stesso Regime a sopprimerlo: gli stessi indicati precedentemente; e lo farebbero spinti dal basso, per evitare di essere travolti dalla sua stessa disgrazia, perché i russi non tollerano di essere governati da dei perdenti.

Potrebbe provare ad accettare una sorta di “pareggio” per salvare la faccia, acconsentendo ad un “congelamento” temporaneo della situazione sul campo, che lo lascerebbe almeno per un po’ in controllo di una porzione ancora significativa di territorio ucraino. Ma in questo caso le sanzioni rimarrebbero attive, e continuerebbero a divorare l’economia russa. L’esercito non potrebbe essere smobilitato, l’economia di guerra rimarrebbe necessariamente in atto (altrimenti non potrebbe essere mantenuto il controllo dei vasti territori occupati) portando con sé la stagflazione e impedendo la ricostruzione delle infrastrutture petrolifere distrutte, che a loro volta incidono sulle residue esportazioni e sui rifornimenti interni. I veterani delusi comincerebbero a smobilitare e a tornare a casa senza più i loro altissimi stipendi, ma con tutta la aggressività accumulata al fronte, andando ad alimentare violenza domestica, teppismo e criminalità organizzata, se non addirittura tendenze secessionistiche periferiche. Esercito, Servizi Segreti e oligarchi rialzerebbero la testa all’interno del Regime nei confronti di un autocrate non più rispettato come prima, e gli alleati esterni – Cina prima fra tutti – esigerebbero il loro tornaconto.
Nel frattempo, tutti i problemi (immaginari o meno) che lo avevano indotto a perseguire la sua politica di espansione rimarrebbero sul campo, accresciuti: l’Ucraina sarebbe non solo indipendente, ma armata fino ai denti e ansiosa di vendicarsi e di riprendere i suoi territori; la EU continuerebbe ad espandersi in Moldova, nei Balcani, nel Caucaso e nella stessa Ucraina, rappresentando con la sua sola presenza un’alternativa ben visibile ai russi impoveriti degli oblast di confine. La NATO sarebbe anche lei sempre ai confini, estesa alla Finlandia e all’Ucraina e con forze molto accresciute che richiederebbero ulteriori spese militari per fronteggiarle… A lungo termine sarebbe difficile anche per il Regime continuare ad illudere la popolazione di una prospettiva imperiale vincente.

Quel che resta, è continuare la guerra a oltranza.
Sappiamo che Putin è malato: non vuol dire che stia per morire, solo che non vivrà ancora molto a lungo. Per lui la prospettiva di morire invitto, con la guerra ancora in corso, può essere assai più gratificante che accettare il fallimento della sua politica e morire magari in pace, ma sostanzialmente da vinto: ricordiamo la sua condizione di narcisista.
Poi c’è l’aspetto “eroico” che accompagna tutti gli autocrati: finché c’è vita c’è speranza, e finché dura la guerra dura la speranza di vittoria. Quindi a fronte della certezza di un esito negativo di una pace negoziata, tanto vale continuare a combattere: tanto a morire sono soprattutto i maschi dei gruppi etnici meno produttivi… E se non si può vincere militarmente, si può cercare di farlo in qualche altro modo.

C’è sempre la guerra ibrida, l’unica dimensione del conflitto in cui la Russia continua a prevalere. Quindi è su questo fronte che a Putin conviene continuare a premere, e l’azione dell’esercito deve essere orientata esclusivamente a sostenere lo sforzo ibrido. Per farlo, occorre mantenere un atteggiamento offensivo, anche se non porta a niente e costa perdite irragionevoli fra i famosi maschi dei gruppi etnici meno produttivi.
Premere sull’opinione pubblica europea affinché i Governi riducano il sostegno all’Ucraina; creare dubbi attraverso la diffusione di fake news e di narrazioni complottiste; generare tensione in altre parti del mondo per distogliere attenzione e risorse occidentali; giocare sulle divisioni interne al campo occidentale; sperare nel narcisismo “speculare” di Trump; augurarsi il cedimento del fronte interno ucraino; sognare un’azione diretta da parte della Cina…

E continuare a combattere, perché un autocrate che ha cominciato una guerra che non può vincere, può solo continuarla a oltranza.

Orio Giorgio Stirpe

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: Crimea, Keith Kellogg, putin, usa, Zelensky

Info Orio Giorgio Stirpe

Orio Giorgio Stirpe nasce a Torino nel 1962. Ufficiale dell’Esercito Italiano, oltre che presso diversi reparti di fanteria e comandi nazionali e NATO, ha prestato servizio in Somalia, Bosnia, Albania, Kosovo e Afghanistan. Specializzato in intelligence operativa e in analisi militare, è passato in Riserva nel 2020. Studia la storia militare, sviluppa scenari per la simulazione operativa e scrive narrativa storica e saggi professionali. È autore di una collana di romanzi storici intitolata “Dopo Roma”.

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