
Le probabilità che Donald Trump si ritrovi il Nobel per la Pace in mano sono prossime allo zero. Non perché “non si può”, ma perché il meccanismo è semplice: la decisione viene presa con largo anticipo, resta blindata fino all’annuncio, e l’ultima ora non cambia nulla. Il dossier è chiuso prima che inizino le fanfare.
Poi c’è l’equivoco eterno delle “nomine”. Bastano poche righe inviate da un soggetto abilitato per finire nel mucchio, ma non è un attestato di merito né un lasciapassare per la short list. Non è un talent show: nessuno guadagna punti a colpi di post o endorsement rumorosi.
Infine, guardiamo il trend degli ultimi anni. Il premio va a lavori lenti e verificabili: reti civiche, dissidenti, media indipendenti, campagne contro le armi, processi di pace reali. Viene premiata la continuità, non l’autocelebrazione. Il Comitato privilegia chi sposta davvero l’asticella sul terreno, non chi polarizza l’arena mediatica.
In sostanza il Nobel per la Pace non misura il volume di chi urla, ma la consistenza di chi costruisce. E su quel campo, oggi, le chance di Trump sono praticamente nulle.
Piero Terracina

Lascia un commento