
Mentre televisioni e giornali continuano a contare missili, installazioni colpite e comandanti eliminati, il vero bilancio della guerra tra Stati Uniti, Iran e Israele si sta giocando su un piano completamente diverso. Come accade spesso nella storia, il risultato militare e quello politico rischiano di raccontare due storie differenti.
Sul piano operativo nessuno può seriamente sostenere che l’Iran abbia prevalso. La superiorità tecnologica americana e israeliana resta schiacciante. Le capacità di intelligence dimostrate da Israele hanno consentito di colpire uomini chiave, infrastrutture strategiche e obiettivi considerati sensibili all’interno del sistema difensivo iraniano. Gli Stati Uniti continuano a possedere una capacità di proiezione militare che nessun’altra potenza è in grado di eguagliare. Il problema è che le guerre non vengono combattute per distruggere qualche base militare o eliminare alcuni comandanti. Le guerre vengono combattute per ottenere risultati politici.
Ed è qui che emergono le contraddizioni. Se l’obiettivo era dimostrare la superiorità militare occidentale, il risultato è stato raggiunto. Se l’obiettivo era infliggere danni all’apparato militare iraniano, il risultato è stato raggiunto. Se invece l’obiettivo era modificare gli equilibri politici dell’Iran, indebolire il regime o provocarne il collasso, la situazione appare molto diversa. Il regime iraniano è ancora in piedi, i Pasdaran sono ancora al comando, la struttura politica della Repubblica Islamica continua a funzionare, la leadership religiosa non è stata sostituita e l’apparato di sicurezza non è collassato. In sostanza, il sistema che avrebbe dovuto essere ridimensionato continua a esistere.
Questo aspetto rischia di produrre una conseguenza che in Occidente viene spesso sottovalutata. Le dittature e i regimi ideologici raramente escono indeboliti da una minaccia esterna. Molto più spesso utilizzano il conflitto per consolidare il consenso interno. I Pasdaran hanno costruito il proprio potere sulla narrativa dell’accerchiamento e della resistenza. Da oltre quarant’anni raccontano alla popolazione iraniana che il paese è sotto attacco da parte dell’Occidente, degli Stati Uniti e di Israele. Oggi quella narrativa riceve una conferma che nessuna campagna propagandistica avrebbe potuto garantire.
Qualunque sia il risultato finale del conflitto, il regime presenterà la propria sopravvivenza come una vittoria. Non sarà importante quanti siti siano stati distrutti, quanti ufficiali siano stati eliminati o quanti danni economici siano stati subiti. La propaganda iraniana si concentrerà su un solo messaggio: la più potente coalizione militare del pianeta ha cercato di piegare l’Iran e l’Iran è ancora lì. Per milioni di cittadini iraniani questa sarà la narrazione dominante e per i Pasdaran rappresenterà uno straordinario strumento di consolidamento politico. Paradossalmente, la guerra che avrebbe dovuto indebolire il regime potrebbe finire per rafforzarlo.
Esiste però un altro aspetto che spesso viene ignorato. La sopravvivenza del regime dei Pasdaran non coincide soltanto con la sopravvivenza della Repubblica Islamica. Coincide con la sopravvivenza dell’intera architettura strategica costruita da Teheran negli ultimi quarant’anni. Hezbollah in Libano, Hamas, la Jihad Islamica palestinese, gli Houthi nello Yemen e numerose milizie sciite attive in Iraq e Siria rappresentano gli strumenti attraverso i quali l’Iran proietta il proprio potere ben oltre i propri confini. Per Israele questo è il vero cuore del problema. Se il regime sopravvive, sopravvivono anche i finanziamenti, le reti logistiche, i canali di addestramento e il sostegno politico e militare a queste organizzazioni. In altre parole, la sopravvivenza dei Pasdaran coincide con la sopravvivenza di quella rete di proxy che negli ultimi decenni ha mantenuto Israele sotto una pressione militare e terroristica permanente. Da questo punto di vista il problema israeliano non verrebbe risolto neppure da una tregua o da un accordo diplomatico. Verrebbe semplicemente rinviato.
Ed è proprio qui che emerge la crescente divergenza tra Trump e Netanyahu. Per gli Stati Uniti il dossier iraniano è uno dei tanti problemi geopolitici da amministrare. Per Israele rappresenta una minaccia esistenziale. Washington ragiona in termini di costi, benefici, consenso elettorale, stabilità energetica e mercati finanziari. Israele ragiona in termini di sopravvivenza. Trump può permettersi un compromesso. Israele no. Trump può dichiarare conclusa un’operazione militare e rivendicarne il successo politico. Israele non può permettersi di considerare risolto un problema che continua a minacciarne direttamente l’esistenza. Per questo motivo il rischio concreto è che Washington cerchi una via d’uscita mentre Israele si ritrovi costretto a proseguire il confronto per anni, magari con modalità diverse ma con identici obiettivi strategici.
A rendere ancora più complesso il quadro esiste una contraddizione che sta emergendo sempre più chiaramente. Trump rischia infatti di aver infilato gli Stati Uniti in un vicolo diplomatico dal quale sarà difficile uscire senza pagare un prezzo politico significativo. Ufficialmente Washington combatte per contenere l’Iran e ridurne la capacità di minacciare gli equilibri regionali. Nella realtà gli Stati Uniti continuano a considerare il Golfo Persico, le rotte energetiche e il mercato petrolifero mondiale elementi centrali della propria strategia globale. Questo significa che, al di là della retorica bellica, l’Iran non viene percepito soltanto come un nemico da abbattere ma anche come un attore regionale con il quale prima o poi sarà inevitabile tornare a negoziare.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Se il regime degli Ayatollah viene considerato un interlocutore negoziabile, diventa difficile sostenere che l’obiettivo reale sia la sua eliminazione politica. Se Washington immagina già una futura convivenza strategica con Teheran, allora la guerra rischia di trasformarsi in uno strumento di pressione finalizzato a ottenere condizioni negoziali migliori piuttosto che in un tentativo di modificare radicalmente gli equilibri del Medio Oriente. Questa ambiguità contribuisce ad allargare ulteriormente la distanza tra Trump e Netanyahu. Per Israele la sopravvivenza del regime iraniano coincide con la sopravvivenza dei Pasdaran e della rete di organizzazioni che Teheran continua a finanziare e sostenere. Per gli Stati Uniti l’Iran rappresenta contemporaneamente una minaccia, un avversario e un potenziale interlocutore. Per Israele rappresenta invece il centro politico, finanziario e militare di un sistema che continua a mantenere il paese sotto una pressione costante attraverso Hezbollah, Hamas, la Jihad Islamica, gli Houthi e numerose altre organizzazioni armate attive nella regione.
Ma esiste un elemento ancora più importante e riguarda lo Stretto di Hormuz. Gran parte dell’energia che alimenta l’economia mondiale continua a transitare attraverso quel corridoio marittimo. Da decenni l’Iran utilizza Hormuz come una leva geopolitica e come uno strumento di deterrenza. Se alla fine di questa guerra Teheran conserverà la capacità di controllare, minacciare o semplicemente condizionare il traffico nello stretto, avrà ottenuto una vittoria strategica enorme. Non perché avrà sconfitto militarmente gli Stati Uniti o Israele, ma perché avrà dimostrato al mondo intero che, nonostante bombardamenti, sanzioni, isolamento diplomatico e pressione militare, continua a possedere la capacità di influenzare l’economia globale. In termini geopolitici sarebbe un messaggio devastante. Significherebbe che la più grande potenza militare del pianeta e il più potente esercito del Medio Oriente non sono riusciti a privare l’Iran della sua principale leva strategica. Significherebbe che Teheran continua a detenere la capacità di prendere per il collo il sistema energetico mondiale ogni volta che la propria sopravvivenza venga messa in discussione.
Ed è proprio questo il punto che molti osservatori sembrano ignorare. Le guerre non vengono ricordate per il numero di edifici distrutti. Vengono ricordate per gli equilibri che producono. Se al termine del conflitto il regime iraniano sarà ancora in piedi, i Pasdaran saranno più forti sul piano interno, i proxy regionali continueranno a operare, Hormuz resterà sotto l’influenza strategica di Teheran e Israele sarà comunque costretto a continuare la propria guerra per ragioni di sopravvivenza nazionale, allora sarà molto difficile sostenere che gli obiettivi strategici iniziali siano stati raggiunti.
Gli Stati Uniti potrebbero aver vinto sul campo. Israele potrebbe aver ottenuto importanti successi militari. Ma l’Iran potrebbe aver vinto la partita politica.
Sarebbe una conclusione amara per Washington, soprattutto considerando che una parte significativa di questo vicolo geopolitico nasce proprio dalle ambiguità strategiche dell’amministrazione Trump. Una politica estera costruita su annunci, minacce, cambi di posizione e trattative improvvise ha finito per generare più incertezza che stabilità e più tensioni che soluzioni durature.
Personalmente continuo a pensare che Trump rappresenti oggi una parte rilevante del problema e non della soluzione. La sua politica estera ha prodotto più instabilità che equilibrio, più conflitti aperti che risultati strategici definitivi. Prima uscirà di scena politica e prima gli Stati Uniti potranno tornare a una linea internazionale più prevedibile e coerente. Non perché i problemi del mondo scompariranno improvvisamente, ma perché almeno torneranno a essere gestiti attraverso percorsi più razionali, più comprensibili e meno esposti alle continue oscillazioni di un leader che ha trasformato l’imprevedibilità in metodo di governo.
Se ciò non accadrà, il rischio è che questa guerra venga ricordata non come il conflitto che ha fermato l’Iran, ma come quello che ha consolidato il regime dei Pasdaran, preservato la sua rete regionale di alleanze, mantenuto in vita Hezbollah, Hamas, la Jihad Islamica, gli Houthi e gli altri proxy sostenuti da Teheran e confermato il ruolo strategico dell’Iran nel cuore degli equilibri energetici mondiali. E a quel punto, per quanto possa sembrare paradossale, la vittoria militare occidentale rischierebbe di coincidere con una sconfitta politica di proporzioni storiche.
Piero Terracina

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