
Trump si è infilato in un pasticcio che rischia di diventare epocale. Con la sua trovata di imporre dazi su praticamente tutte le importazioni, giustificandoli come misura d’emergenza per difendere l’economia americana, pensava di rafforzare il suo ruolo di difensore del popolo contro il mondo intero. In realtà i tribunali gli hanno fatto capire che la Costituzione non è un elastico che puoi tirare finché non si spezza. La Corte gli ha ricordato che quella legge degli anni Settanta, tirata fuori come un coniglio dal cilindro, non gli dà affatto il diritto di tassare in blocco ogni bene che entra negli Stati Uniti. Una sonora bocciatura, perché qui non si parla di cavilli: il cuore del sistema è che le tasse spettano al Congresso, non a un presidente convinto di avere il bancomat delle dogane in tasca.
Il risultato è un terremoto istituzionale. Se la decisione verrà confermata anche dalla Corte Suprema, gli Stati Uniti dovranno restituire miliardi di dollari a imprese grandi e piccole. Tradotto, un buco di bilancio da paura, contabilità nel caos e soprattutto uno schiaffo politico a chi pensava di aver trovato l’arma definitiva per la guerra commerciale. E nel frattempo il fronte conservatore che lo sosteneva comincia a scappare, giuristi, economisti e pure compagni di partito non la mandano a dire, accusandolo di aver usato il decreto d’emergenza come un megafono da comizio.
Come se non bastasse, a peggiorare il quadro ci si è messa anche la denuncia di Lisa Cook, economista afroamericana della Federal Reserve, che Trump vorrebbe cacciare di peso come se la Fed fosse un suo reality show. Solo che qui non si tratta di licenziare l’ennesimo concorrente, ma di un’istituzione indipendente che non si piega agli umori di chi siede alla Casa Bianca. Risultato, un’altra causa, un altro scandalo e l’immagine del presidente che affonda sempre più in un catino di fango autoprodotto.
E mentre inciampa in casa, all’estero la situazione è persino peggiore. I suoi annunci roboanti sulla guerra in Ucraina, che a suo dire sarebbe finita in 24 ore, si sono sciolti come neve al sole, mentre i tappeti rossi stesi a Putin hanno indignato persino parte del suo stesso elettorato. Per non parlare della sua visione da cartolina di Gaza, descritta con leggerezza come se potesse diventare un resort, in piena guerra e tragedia umanitaria. Mosse del genere hanno messo in luce un livello di inadeguatezza e goffaggine politica tale da renderlo oggetto di dileggio internazionale. In Europa, in particolare, dove un tempo veniva accolto con cautela, oggi la sua immagine viene trattata più come materiale da barzelletta che come figura di leadership globale.
Le conseguenze economiche intanto bussano alla porta. I mercati vivono di incertezze, le imprese temono ritorsioni e l’inflazione rischia un’ulteriore spinta. Insomma, quello che doveva essere il colpo di genio protezionista somiglia sempre di più a un boomerang che colpisce dritto sulla nuca, i consumatori pagano di più, l’economia si indebolisce e la retorica da uomo forte si sbriciola contro la realtà. Il tutto condito dal fatto che la separazione dei poteri non è una nota a piè di pagina, ma un pilastro che nessun presidente può calpestare, per quanto si creda imbattibile.
Ora la palla passa alla Corte Suprema, che dovrà decidere se spazzare via i dazi o tentare di salvarli con qualche acrobazia giuridica. Ma anche se Trump riuscisse a strappare un verdetto favorevole, il danno è fatto. La crepa politica è ormai evidente e perfino i suoi alleati più fedeli hanno capito quanto fragile sia la sua strategia che espone il paese intero a figuracce continue sia a livello domestico che internazionale. Se invece arriverà la bocciatura finale, sarà una resa dei conti storica che ridisegnerà i confini del potere presidenziale, trasformando di fatto il presidente in una statua di cera con poteri limitati e con poco margine d’azione, giusto per evitare altri danni ingenti e lasciar passare il tempo necessario per voltare pagina. In ogni caso, il simbolo di forza che Trump voleva brandire si è trasformato in una trappola che lo sta stritolando da ogni lato. E l’idea che prima se ne vada di scena e meglio è non è più una provocazione: sta diventando il pensiero comune di un Paese intero. E chissà che, alla fine, il suo destino non sia davvero quello di finire in un museo delle cere, immobile, innocuo e buono solo per le foto dei turisti.
Piero Terracina

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