
C’è un aspetto chiaro che accomuna Donald Trump e Vladimir Putin. Entrambi ragionano con schemi mentali superati e obsoleti. Pensano che il potere si eserciti ancora con controllo diretto, pressione, forza. È una lettura lineare di un sistema che lineare non è più.
Oggi il mondo invece si è trasformato in una rete interconnessa. Produzione distribuita, filiere globali, finanza integrata. Non si può più pensare di isolarsi, comandare e imporre senza pagare un prezzo altissimo. Ed è esattamente qui che entrambi stanno deragliando.
Putin, sempre in preda a ossessioni espansionistiche e con conti economici sistematicamente in rosso, ha costruito la guerra con Ucraina su un’idea precisa. Non solo controllo territoriale, ma controllo strategico ed economico. L’Ucraina è un nodo industriale e logistico. È un corridoio tra Est e Ovest, un punto chiave per infrastrutture energetiche e per l’accesso ai flussi che dal Mar Nero si collegano al Mediterraneo. Inoltre conserva una base tecnologica e industriale importante, soprattutto in ambito militare e aerospaziale. L’obiettivo era chiaro: integrare queste capacità, rafforzare la propria struttura e aumentare il controllo sulle rotte, aumentare in modo sostanziale l’esangue PIL russo, ormai ridotto a dimensioni terzomondiste, al di là di quello che ci vogliono raccontare Travaglio e Orsini.
Il problema è che il piano presupponeva una guerra rapida, ma purtroppo per lui non è andata così e ha fatto i conti senza l’oste, come si suol dire. Il conflitto si è trasformato in una guerra lunga, di attrito, che ha messo a nudo i limiti russi. Non tanto nei numeri (gli unici che aumentano sono quelli dei morti russi sul campo), ma nella qualità. Tecnologia non allineata, difficoltà logistiche, scarsa integrazione tra sistemi. Una macchina pesante che fatica ad adattarsi.
Ormai il re è nudo: se la Russia fosse una vera potenza militare moderna, il conflitto sarebbe già chiuso. Invece si trascina da oltre quattro anni e si sta trasformando in un consumo continuo di risorse. Ed è proprio questo il punto critico. Questa guerra rischia seriamente di diventare la tomba politica di Putin. Non per un crollo improvviso, ma per logoramento.
Il limite, d’altronde, è anche economico. La Russia vive di materie prime. Questo oggi non basta. I margini veri stanno nella trasformazione e nella tecnologia. Senza quella base, il potere resta superficiale. Il PIL russo è paragonabile a economie europee medio-piccole. Non è una base da potenza globale. È una struttura fragile che non regge ambizioni imperiali.
Trump si muove su un piano diverso ma con lo stesso errore. Gli eventi attuali stanno chiaramente mostrando che gli Stati Uniti non sono più intoccabili. Debito altissimo, inflazione che ha eroso il potere d’acquisto, consumi in rallentamento. Il dollaro resta centrale e globale, ma meno dominante. E la risposta che propone è sempre la stessa: chiusura, pressione, protezionismo.
È una strategia isolazionista in un mondo che va nella direzione opposta. Più il sistema si interconnette, più chi si chiude perde peso. Vale per la Russia, vale anche per gli Stati Uniti. E Putin e Trump stanno facendo esattamente lo stesso errore.
Trump subisce il fascino di Putin, ormai lo abbiamo compreso tutti. Il modello dell’uomo forte, della decisione verticale, senza mediazioni. È un richiamo chiaro. Il problema è che quel modello oggi non funziona più e sta portando Russia e America a consumarsi.
E la Cina, vi chiederete? Apparentemente solida, secondo PIL mondiale, in realtà legata mani e piedi ai consumi occidentali. Il suo sistema si regge sull’export e su una compressione dei costi che passa anche da un forte controllo statale. La classe media non esiste, trattandosi di un regime comunista, e il sistema economico domestico, senza consumi che garantiscano autofinanziamento, si regge sulla committenza estera. Questo significa che Pechino dipende da chi compra. Se i mercati si chiudono, entra in crisi e va a gambe all’aria in tre mesi.
Alla luce di quanto esposto, traspare in modo chiaro quanto per Trump e Putin il vero problema sia Unione Europea. Non perché sia aggressiva, ma perché è compatta. È un blocco economico enorme, con regole comuni e una struttura che non dipende da un singolo leader. Spacchettarla significherebbe per entrambi tornare a trattative bilaterali, dove il più forte detta le condizioni. In questo modo il loro modello funzionerebbe; purtroppo per loro l’UE si sta mostrando la parte solida dell’Occidente attuale.
L’Unione Europea esiste. L’euro esiste. È una moneta stabile e con un valore nominale superiore al dollaro. Non è egemone, ma è solida; .è lenta, complessa, a volte inefficiente, lo sappiamo tutti. Ma tiene. E oggi, in un contesto mondiale instabile, la tenuta vale più della forza.
Trump e Putin continuano invece a muoversi come se il mondo fosse ancora quello di trent’anni fa, ma non lo è. Il rischio non è solo che sbaglino strategia, è che restino fuori dal sistema che detterà tempi e regole del mondo prossimo venturo.
La globalizzazione tecnologia sta obbligando il mondo a darsi regole comuni e a interconnettersi, non pre-gludicando gli altri come potenziali nemici, ma come opportunità con le quali cooperare.
Vallo a spiegare a quei due.
Piero Terracina

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