
Esiste una mossa, nella politica, che più di altre distingue chi subisce gli eventi da chi prova a governarli. La visita a sorpresa di Giorgia Meloni in Arabia Saudita appartiene a questa categoria. Un viaggio tenuto riservato fino all’ultimo, motivato ufficialmente da ragioni di sicurezza, ma che sul piano politico rappresenta molto di più: un’operazione di posizionamento internazionale in un momento delicatissimo, segnato dalla guerra nel Golfo, dalle tensioni energetiche e da una crescente incertezza globale. La premier italiana è atterrata a Gedda per incontrare il principe ereditario Mohammed bin Salman e proseguire poi verso Qatar ed Emirati, con un obiettivo dichiarato: sostenere una soluzione diplomatica al conflitto e garantire gli approvvigionamenti energetici italiani. Ma accanto alla dimensione ufficiale, ce n’è una più politica. Meloni si muove prima e più rapidamente degli altri leader europei, anticipando figure come Macron e Merz e accreditandosi come interlocutore credibile in un’area decisiva. Non è solo diplomazia. È strategia.
Il contesto nel quale questa iniziativa si inserisce è altrettanto significativo. La sconfitta nel referendum sulla separazione delle carriere ha segnato una battuta d’arresto per il governo, aprendo una fase di riflessione interna e di tensione politica. Le dimissioni della ministra Santanchè, quelle del sottosegretario Delmastro, l’uscita della capo di gabinetto Bartolozzi e le polemiche più recenti, fino alle vicende personali che hanno coinvolto esponenti di primo piano, hanno contribuito a creare un clima difficile. In questo quadro, la scelta di puntare con decisione sulla politica estera appare tutt’altro che casuale. È una risposta. Non difensiva, ma offensiva. Meloni sposta il baricentro del dibattito, dalle fragilità interne al ruolo internazionale dell’Italia. E lo fa con una linea diametralmente opposta a quella di Donald Trump, che in queste settimane appare sempre più concentrato su una narrazione interna segnata da difficoltà economiche e calo di consenso.
La differenza è evidente. Trump reagisce alla crisi enfatizzando il racconto, attribuendo responsabilità agli avversari, cercando di consolidare una base elettorale in vista delle elezioni di midterm. Meloni, al contrario, sceglie di alzare il livello del confronto, di collocarsi su un piano internazionale, di costruire una credibilità che vada oltre i confini nazionali. Non è solo una questione di stile. È una diversa concezione della leadership. Da un lato una politica che si chiude, dall’altro una politica che prova ad aprirsi. Naturalmente, anche questa è una scelta che comporta rischi. Perché la politica estera non è mai neutrale, e perché il Medio Oriente resta un terreno complesso, dove gli equilibri cambiano rapidamente e dove ogni iniziativa può produrre conseguenze imprevedibili. Ma è anche una scelta che può produrre effetti immediati sul piano del consenso.
Ed è proprio questo, probabilmente, il punto centrale. La visita nel Golfo non è soltanto un atto diplomatico, ma anche un’operazione politica interna. Serve a ridare slancio all’azione di governo nell’ultimo anno di legislatura, a rafforzare l’immagine della premier, a “zittire” polemiche e tensioni che nelle ultime settimane avevano occupato la scena. In politica, l’agenda è tutto. E chi riesce a cambiarla, spesso, riesce anche a cambiare la percezione. Meloni ci sta provando. Con una mossa che spiazza gli avversari, mette in difficoltà le opposizioni ancora in cerca di una sintesi e rilancia il ruolo dell’Italia in uno scenario internazionale sempre più instabile. Resta da vedere se questa strategia produrrà effetti duraturi. Ma una cosa è certa: in una fase in cui molti attendono, lei ha scelto di muoversi. E in politica, non è mai un dettaglio.
Cesare Mannucci

Lascia un commento