
Sono un po’ di giorni che non scrivo di Trump e della sua politica. Considerando però che si sta agitando sull’asse Caraibi e Venezuela con l’ombra delle risorse energetiche sullo sfondo, direi che è il momento giusto per ribadire alcuni concetti e mettere un punto. Altro che crociata contro il fentanyl: qui si manovrano leve energetiche e geopolitiche atte ad acquisire e controllare il petrolio venezuelano, con la solita sceneggiatura del braccio di ferro.
C’è un vecchio detto a Washington: quando non sai più dove andare, crea confusione e spera che gli altri si perdano prima di te. È esattamente quello che sta facendo Donald Trump. Tornato alla Casa Bianca in un’America economicamente esausta e iper indebitata, ha scelto la strategia più rumorosa: il caos come metodo politico. Ogni annuncio, ogni minaccia, ogni sterzata serve a saturare lo spazio pubblico, spostare l’asticella un po’ più in là e vivere di adrenalina comunicativa.
Sul fronte economico il copione è chiaro: dazi a pioggia, pressioni per rimpatriare produzioni, sussidi e sgravi ai campioni patriottici, penalità per chi delocalizza. In parallelo il dossier Venezuela viene tirato come un elastico, tra strette e ammiccamenti, con l’obiettivo di piegare flussi e prezzi più che costruire regole stabili. È un protezionismo intermittente che pretende obbedienza e consegna incertezza.
All’estero va in scena la tensione controllata. Si alza la voce, si muovono pedine militari, si agitano parole d’ordine su narcotraffico e sicurezza, poi si negozia a fari spenti. Il messaggio è: o il mondo si allinea, o si becca la tempesta. Ma il mondo, stavolta, sbadiglia. L’Europa resta prudente e attendista, la Cina risponde con la solita calma glaciale, stringe la mano al presidente, gli compra un po’ di soia americana per farlo contento e lo rabbonisce con quattro spiccioli, giusto per guadagnare tempo e vantaggi strategici. L’atteggiamento cinese è pragmatico, quasi didattico: lascia che Trump urli, intanto consolida posizioni e alleanze, aspettando che l’America si logori da sola.
I mercati, ormai, hanno imparato la liturgia: molto rumore, poca esecuzione duratura, tante mosse reversibili. L’effetto annuncio non fa più prezzo come prima. E i risultati si vedono: la volatilità morde, gli investimenti slittano, le catene del valore si spostano altrove, mentre le regole cambiano a ogni capriccio presidenziale.
Le manie di protagonismo personale di Trump, unite alle reali necessità di stabilizzazione politica ed economica di un Paese che arranca, stanno diventando una miscela esplosiva per il mondo intero. È come se la superpotenza avesse smarrito la bussola, oscillando tra delirio di onnipotenza e panico da declino. Urlare serve a farsi notare, non a farsi seguire. Il caos non genera ordine, genera stanchezza. E quando un paese si stanca, smette di ascoltare. L’America rischia di ritrovarsi sola in una stanza sempre più grande, scambiando per rispetto un silenzio che è solo indifferenza.
Chiudiamola così: in un mondo che sta provando a darsi regole comuni, bisogna tornare a parlarsi e smettere di urlare. Il pianeta ha fame di stabilità, non di manie di protagonismo. La forza non è nel volume della voce, ma nella pazienza di chi costruisce accordi che durano.
Alla prossima puntata.
Piero Terracina

Lascia un commento