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Trump e i dazi: la diplomazia del bullismo

Alcuni analisti hanno spiegato i dazi di Trump come una strategia per esercitare pressione sugli alleati e la Cina. Sembra però un comportamento da bullo la cui intenzione è di sconfiggere l’avversario e persino umiliarlo.

di Domenico Maceri | 16 Luglio 2018

“Se il presidente Obama avesse fatto  la stessa cosa…. avremmo strillato a squarciagola che lui stava distruggendo l’agricoltura americana”. Questa la reazione di Dagen McDowell, della Fox News, mentre commentava i dazi imposti da Donald Trump che hanno causato ritorsioni dalla Cina su prodotti americani. La Cina ha indirizzato i suoi dazi su prodotti agricoli come la soia che avranno un effetto devastante sui produttori americani.

Il governo cinese ha accusato Trump di avere scatenato “la più grande guerra commerciale della storia”. Anche il Canada, il Messico e l’Unione Europea ne hanno risentito. La strategia di Trump sembra consistere di minacce rasenti al bullismo, sostenendo che anche se le sue azioni vengono classificate una guerra commerciale, non fa niente perché secondo lui “si possono vincere facilmente”.

Le analisi di Trump sono superficiali basate su impressioni ovviamente incomplete. Il 45esimo presidente, per esempio, non include nei suoi calcoli gli scambi di servizi commerciali sul software, cinema, turismo, servizi legali, ecc. in cui gli Stati Uniti hanno un bilancio molto positivo in comparazione ad altri paesi. Inoltre Trump ignora parecchi settori che l’America ha deciso di proteggere con alcuni dazi poco noti. Per esempio, l’America impone un dazio di 25 percento sull’import di camioncini. Fu stabilito dal presidente Lyndon Johnson nel 1963 ma è tuttora in vigore, come ci fa  notare un editoriale del New York Times.

Trump parte da un principio semplicistico che ha ripetuto fino alla nausea nella sua campagna elettorale e che continua a tenere vivo nella sua presidenza. Gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale con alcuni paesi e quindi bisogna fare cambiamenti usando la forza invece di discutere, stabilendo rapporti internazionali. Dopo avere imposto dazi al Messico, Canada e l’Unione Europea, il 45esimo presidente ha continuato con la Cina senza però toccare le aziende cinesi che fabbricano i prodotti della compagnia della figlia Ivanka.

I dazi imposti alla Cina sono concentrati su dispositivi medici e centinaia di prodotti e parti destinati a aerei per un valore di 34 miliardi di dollari. Il governo cinese ha controbattuto imponendo dazi su prodotti agroalimentari, incluso semi di soia, mais, grano, carne di manzo e di maiale, pesce, formaggi, ecc. Le scelte cinesi non sono state fatte a caso. Questi prodotti vengono principalmente da contee americane vinte da Trump nell’elezione del 2016.  Reagendo a questi dazi cinesi, il 45esimo presidente ha già annunciato ulteriori dazi di 200 miliardi su frutta, verdure, borsette, frigoriferi, impermeabili ecc.

Alcuni analisti hanno spiegato i dazi di Trump come una strategia per esercitare pressione sugli alleati e la Cina. Sembra però un comportamento da bullo la cui intenzione è di sconfiggere l’avversario e persino umiliarlo. L’imposizione di dazi rappresenta una visione miope dei rapporti internazionali poiché non riconosce che tutti dovrebbero uscirne soddisfatti. Gli aumenti dell’attività commerciale aiutano tutti i paesi e tendono a ridurre le enormi diseguaglianze economiche. Questa tendenza contribuisce anche alla stabilità globale e la pace. Trump dovrebbe tenerlo presente. Nel suo recente vertice con il leader coreano Kim Jong-un a Singapore il 45esimo presidente ha tentato di incorporare la Corea del Nord nel commercio internazionale e allontanarla dalla produzione di armi nucleari per ridurre le tensioni. In effetti, ha cercato di convincere la Corea del Nord a fare esattamente quello che ha fatto la Cina dopo il tramonto del regime di Mao. Il fatto che la Cina abbia abbracciato, anche se non completamente, il sistema capitalista, ha contribuito notevolmente a ridurre le tensioni globali. È meglio per tutti quando la concorrenza avviene nel mondo del commercio invece che in quello degli armamenti.

Trump si è spesso dichiarato grande negoziatore ma in realtà da presidente ha fatto moltissimo per isolare gli Stati Uniti non solo da paesi avversari ma anche dai tradizionali alleati. I suoi rapporti con gli altri paesi occidentali sono stati caratterizzati da incertezza e una notevole mancanza di collaborazione. La politica estera di Trump in quasi due anni di mandato ha delegittimato le alleanze tradizionali e le istituzioni formate in grande misura dagli Stati Uniti per creare collaborazione e promuovere la pace nel mondo.

Trump invece vede tutti i rapporti in termini di nemici da sconfiggere senza capire il serio problema di un’escalation di tensioni commerciali. I dazi imposti fino ad oggi non hanno avuto un impatto molto negativo. L’economia americana, ereditata da Obama, continua ad andare bene e quindi al momento non si prevedono grossi effetti negativi. Un’escalation però potrebbe fare sprofondare l’economia in una crisi forse più grave di quella del 2007-2008.

Al di là delle ombre economiche preannunciate dai dazi la politica di America first di Trump non solo tende all’isolamento ma cede allo stesso tempo il ruolo di superpotenza economica e politica. Si tratta di un risultato che fa sorridere i leader autoritari come Vladimir Putin che vedono ampliata la legittimità dei loro sistemi politici. Allo stesso tempo apre la porta alla Cina, potenza economica emergente, a occupare lo spazio di leader lasciato dagli Stati Uniti. La Cina infatti, con una crescita del 6,5 percento, continua ad ampliare i suoi mercati, usando la diplomazia, per creare alleanze anti-americane, divenendo in effetti il nuovo campione del libero scambio.

La condotta di Trump con i dazi e i suoi atteggiamenti sulla Nato hanno isolato l’inquilino della Casa Bianca non solo dagli alleati esteri ma anche interni. Il Senato ha votato (81-11) una bozza di legge che impedirebbe a Trump di usare la sicurezza nazionale  come ragione per imporre dazi. In un secondo voto (92-2) il Senato ha ribadito il suo supporto per la Nato mandando un messaggio agli alleati che Trump non è il dittatore degli Stati Uniti e deve fare i conti anche con la legislatura.

 

Domenico Maceri

Pubblicato in : Primo pianoTag: agricoltura, anni, cambiamenti, campagna elettorale, casa bianca, cina, cinema, conti, crisi, dichiarato, dittatore, governo, grande guerra, legislatura, medici, mercati, mondo, nato, new york times, obama, putin, regime, scambio, stati uniti, unione europea

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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