
L’Università di Harvard, la più antica università americana e tra i più prestigiosi atenei della Ivy League, si erge ad avamposto della resistenza a Donald Trump. In una lettera pubblicata sul suo sito Intenet, il presidente dell’ateneo Alan Garber ha dichiarato che Harvard “non rinuncerà alla propria indipendenza né rinuncerà ai propri diritti costituzionali” e che “nessun governo, indipendentemente dal partito al potere, dovrebbe dettare cosa possono insegnare le università private”. La dura presa di posizione arriva in risposta all’esortazione da parte dell’amministrazione repubblicana di uniformarsi ad una serie di richieste che vanno dallo smantellare gli accampamenti pro-Gaza, eretti dagli studenti, al sopprimere programmi dedicati alla diversità e rivedere i criteri di ammissione di studenti e professori anche in base alle loro posizioni politiche ed esposizione pubblica. Le richieste, lamenta Garber giustificando il suo rifiuto, “vanno oltre il potere del governo federale” e “minacciano i nostri valori come istituzione privata dedita alla ricerca, alla produzione e alla diffusione della conoscenza”. Poche ore dopo la risposta di Garber anche Trump ha reagito su Truth Social: “Forse Harvard dovrebbe perdere il suo status di esenzione fiscale – ha scritto – ed essere tassata come un’entità politica se continua a promuovere ‘malattie’ ispirate/sostenute da politica, ideologia e terrorismo”. Ore dopo, l’amministrazione ha annunciato di aver congelato più di 2,2 miliardi di dollari in sovvenzioni e 60 milioni di dollari in contratti con l’università.

Scure sugli atenei?
Gli attacchi di Trump ad Harvard non sono un fatto isolato: la task force del governo ha individuato almeno 60 università da sottoporre a revisione perché accusate di non aver contrastato l’antisemitismo nelle proteste che lo scorso anno avevano infiammato gli atenei contro la guerra a Gaza e il governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Oltre a rimuovere le esenzioni fiscali, il governo sta anche valutando la possibilità di rivedere il sistema che le rende idonee a ricevere finanziamenti federali, compresi i prestiti agli studenti e ai ricercatori. La scorsa settimana la Casa Bianca aveva annunciato di aver congelato oltre 1 miliardo di dollari di finanziamenti per la Cornell, in concomitanza con l’avvio di indagini su presunte violazioni dei diritti civili all’interno dell’università. L’università di New York era tra quelle che il 10 marzo scorso hanno ricevuto una lettera dal Dipartimento dell’Istruzione che le esortava ad adottare misure per proteggere gli studenti ebrei, altrimenti sarebbero state soggette a “potenziali misure coercitive”. Intanto, la Princeton University ha sospeso senza spiegazioni diverse borse di studio e di ricerca provenienti da agenzie federali come il Dipartimento dell’Energia, la NASA e il Dipartimento della Difesa. L’impressione generale è che dietro le accuse di antisemitismo e ai decaloghi su criteri da introdurre per assunzioni, programmi e amissioni, ci sia la precisa volontà dell’amministrazione di sottomettere al proprio controllo le università più prestigiose del paese, da tempo considerate dalla destra americana come ‘incubatrici di eversione’ progressista e ostili ai valori conservatori.
Studenti arrestati e a rischio espulsione?
Se Harvard è la prima istituzione di alto profilo a opporsi alle richieste del governo, altre potrebbero seguire. Oggi, la Columbia University di New York, che si era piegata alle richieste dell’amministrazione dopo il taglio di 400 milioni di dollari di sovvenzioni, ha fatto inversione dichiarando che non accetterà alcune delle misure imposte e anche Princeton, Yale e il Mit starebbero valutando azioni simili. Il tutto avviene in un clima di repressione crescente intorno ai campus: nelle ultime settimane, diverse decine di studenti stranieri sono stati arrestati da agenti dell’Ice, l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione, e rischiano l’espulsione. L’ultimo caso riguarda Mohsen Mahdawi, tra gli organizzatori delle proteste pro-Palestina alla Columbia University, arrestato durante un colloquio per ottenere la cittadinanza statunitense in un ufficio di Colchester, nello stato del Vermont. Mahdawi – nato e cresciuto in un campo profughi in Cisgiordania – risiede negli Usa da più di dieci anni grazie a una carta ‘verde’ che equivale a un permesso di soggiorno permanente. Come lui anche Mahmoud Khalil, figura di spicco nelle proteste dello scorso anno alla Columbia University, e Rumeysa Ozturk, dottoranda della Tufts University portata via dagli agenti dell’immigrazione fuori dal suo appartamento in Massachusetts la scorsa settimana.
I prossimi in lista sono i media?
Mentre Trump promette battaglia, definendo Harvard un’università “da operetta” che non merita i finanziamenti federali, c’è chi si concentra già sul prossimo obiettivo della scure amministrativa. Secondo diversi media americani, dopo le vacanze di Pasqua, il governo intende presentare al congresso un disegno di legge per tagliare i fondi al Corporation for Public Broadcasting che eroga fondi al Public Broadcasting Service (Pbs) e alla National Public Radio (Npr) le due principali emittenti pubbliche americane. Russell Vought, a capo dell’Ufficio di Gestione e Bilancio, ha rivendicato la mossa nel corso di un’intervista a ‘War Room’, il programma condotto dall’ex stratega di Trump, Steve Bannon, in cui ha definito le emittenti “delle casse di risonanza che diffondono propaganda radicale e woke camuffata da notizie”. In realtà la Corporation for Public Broadcasting eroga fondi a oltre 1500 emittenti radio e televisioni locali, senza i quali molte di queste sarebbero costrette a chiudere i battenti, soprattutto nelle aree rurali che non sono coperte dai grandi network e che resterebbero così prive di un’informazione locale indipendente. “Non si tratta di soldi” osserva Jim Schachter, CEO di New Hampshire Public Radio: “Stiamo parlando di una cifra minuscola nel bilancio federale, sebbene sia fondamentale per assolvere alle responsabilità civiche dei media pubblici. Si tratta di attaccare la libertà di stampa“.
Il commento
di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po
“Ha colpito molto la sconcertante docilità con cui alcune grandi istituzioni universitarie statunitensi, Columbia su tutte, hanno inizialmente ceduto ai ricatti di Trump. La ferma presa di posizione di Harvard è importante, perché apre una breccia, stabilisce un precedente e riflette un cambiamento di atteggiamento già visibile nei comportamenti di altri atenei, grandi e piccoli, da Princeton a Wesleyan. Dimostra che queste università, con le loro gigantesche risorse economiche e la loro forza politica e intellettuale possono trasformarsi in contrappesi al disegno autoritario, sempre più esplicito e violento, di Trump. Perché a dispetto di tutto si confrontano con un Presidente impopolare e dilettantesco nel suo agire, come vediamo ormai quotidianamente, e il cui analfabetismo costituzionale è per molti aspetti funzione della sua debolezza. E perché si tratta di un’azione in cui altri anticorpi democratici paiono finalmente attivarsi e interagire, in aggiunta all’attivismo delle Corti, a partire dal ruolo di governi statali, responsabili per le politiche dell’istruzione e in grado di schierarsi anch’essi a sostegno delle loro università”.
Alessia De Luca
(Responsabile Ispi Daily Focus)

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