
La Fed ha tagliato un quarto di punto. Non è un brindisi, è un cartello giallo: l’economia americana sta perdendo tiro. L’occupazione rallenta, i prezzi non corrono più ma faticano a scendere, la fiducia non fa più il passo lungo. Quando la banca centrale allenta, sta dicendo che il motore rischia di ingolfarsi se non gli si fa prendere aria.
Dentro questo quadro, la ricetta di Trump va nella direzione sbagliata. I dazi spacciati per protezione sono una tassa diffusa che si infila in tutta la filiera: aumentano i costi per le imprese, si scaricano sui prezzi al dettaglio, limano i margini e congelano i piani d’investimento. Le catene di fornitura si accorciano a strappi, i fornitori rialzano i listini, i progetti slittano. Non è sovranità economica, è attrito. È propaganda buona a campagna elettorale, pessima a conti fatti.
Sul lavoro il copione non migliora. Irrigidire l’immigrazione dove mancano già tecnici, infermieri, operai qualificati crea buchi veri. Se riduci l’offerta di manodopera e non alzi la produttività, i costi spingono in su e la crescita si appiattisce. Fa rumore in campagna elettorale, ma in fabbrica è un boomerang. Intanto il deficit resta alto e il debito pubblico, già ingombrante, diventa un freno strutturale: più titoli da collocare, rendimenti più elevati, spesa per interessi che si mangia spazio a infrastrutture, innovazione, difesa, scuola. Il capitale diventa più caro per tutti e il settore privato viene spiazzato. In sottofondo, la pressione politica sulla Fed graffia la credibilità e allarga l’incertezza. Risultato: meno investimenti, meno visibilità, più rischio. Altro che fare l’America grande. Così la si rimpicciolisce, chiudendola in un recinto di costi più alti e ambizioni più basse.
Come dovrebbe muoversi un presidente avveduto. Prima cosa, difendere l’indipendenza della Fed senza sceneggiate, perché prezzi stabili e credito prevedibile sono la base. Sulle tariffe, niente martello universale, ma bisturi: interventi mirati e temporanei sui nodi trategici, coordinati con gli alleati, così da evitare ritorsioni a catena e instabilità. Sul lavoro, aprire canali legali e selettivi per le competenze che mancano, legando i permessi a formazione e produttività; parallelamente spingere forte su scuola tecnica, apprendistato, upskilling. Sul bilancio, impegni credibili di rientro del deficit su più anni e pulizia delle agevolazioni eterne; ogni dollaro risparmiato va spostato su ciò che moltiplica: infrastrutture vere, semiconduttori, reti energetiche, ricerca. Energia con pragmatismo: più capacità e più affidabilità durante la transizione, senza far saltare le bollette delle imprese. Regole poche e stabili, applicate davvero, in modo che chi investe abbia orizzonte. In estero, ricucire standard e accordi con chi conta, perché le filiere globali non si governano coi proclami ma con regole condivise che riducono il rischio e abbassano i costi.
In sintesi. La Fed taglia per evitare lo stallo, non per festeggiare. Trump sceglie dazi, rigidità sul lavoro, deficit alto e pressioni sulla banca centrale. È un mix che asciuga fiducia e investimenti e mette il debito a fare da zavorra. Un presidente accorto farebbe l’opposto: meno slogan, più produttività; meno tasse occulte sui commerci, più competitività domestica; meno assalti alla Fed, più credibilità fiscale. Solo così l’America torna grande nei fatti, non in un claim da campagna elettorale.
Piero Terracina

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