
Diversi anni fa in Israele andava in onda Hatufim, la serie che raccontava il ritorno a casa di tre soldati dopo diciassette anni di prigionia in Libano. Non era solo una fiction di guerra: mostrava il trauma del rientro, le famiglie spezzate, la difficoltà di riconoscere chi eri prima e chi sei diventato dopo la prigionia. Allora sembrava una storia scritta per la televisione. Oggi, a Gaza, quella trama è diventata realtà.
Le sirene spente sono il rumore più forte di Gaza City. Non ci sono ambulanze, o meglio: ne resta appena un terzo, secondo la Mezzaluna Rossa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato morti per malnutrizione e parla di fame estrema. Gli ospedali esistono, ma sono gusci vuoti. I tunnel invece hanno luce e carburante: Hamas conserva per sé il diesel, non per i reparti pediatrici. Gaza è un teatro in cui chi muore in strada vale più vivo da propaganda che salvato da una barella.
Israele avanza metro dopo metro. Due divisioni sono entrate il 16–17 settembre, aprendo un corridoio di 48 ore su Salah al-Din. Dentro restano duemila, forse tremila uomini di Hamas: non più un esercito, ma cellule che mordono e spariscono. La città è un deserto di cemento. Ogni passo avanti costa sangue. Ogni giorno senza ostaggi restituiti logora lo Stato.
Gli ostaggi sono il cuore pulsante di questa guerra. Ne restano circa 48, una ventina vivi. Alcuni hanno già raccontato. Omer Wenkert, liberato dopo 505 giorni, ha dichiarato ad Haaretz: “Era paura assoluta. Decidono quando puoi respirare.” Liat Beinin Atzili, intervistata da Yedioth Ahronoth, ha descritto cinquanta giorni trascorsi in un corridoio, dormendo su sedie di plastica, con cibo insufficiente. Non è più finzione televisiva: è la cronaca.
Le famiglie degli ostaggi marciano ogni sabato a Tel Aviv e ora anche davanti alla casa di Netanyahu, in Aza Street. Hanno montato tende, acceso candele, sollevato fotografie. Urlano: “Hai promesso di riportarli a casa, e invece muoiono lì dentro.” Haaretz ha raccontato la protesta di una madre con la foto della figlia: “Ogni giorno senza accordo è un giorno rubato alla sua vita.” Il Jerusalem Post ha riportato le parole di un veterano: “Ho combattuto per questo Paese, ora mio figlio è sottoterra e nessuno ascolta.”
Intanto i riservisti tornano e troppi non reggono. In Knesset si è discusso dei suicidi: nel 2025, già a metà anno, erano sedici, quasi quanto l’intero 2024. Lo hanno riportato Haaretz e Maariv. Funerali senza telecamere, ragazzi poco più che ventenni incapaci di ritrovare la vita civile, padri che non sopportano il peso dei ricordi.
Netanyahu promette vittoria totale. Ma la piazza non gli crede più. Ogni giorno senza ostaggi liberati è una condanna firmata dal governo. Ogni suicidio in uniforme è un atto d’accusa. Non è più opposizione politica: è insurrezione morale.
Gaza City è una trappola di cemento. Hamas resiste come spettro, i civili muoiono di fame, Israele avanza metro dopo metro. Ma la vera guerra non è solo nei tunnel: è nelle strade di Tel Aviv e Gerusalemme, nelle madri che gridano, nei fratelli che si incatenano, nei riservisti che crollano in silenzio.
Hatufim era una serie. Poteva finire con i titoli di coda. Qui non c’è sigla, non c’è fiction. Ci sono vite appese a una decisione che ancora non arriva.
Assediare non significa risolvere. Trattare non significa assolvere. Governare non significa sopravvivere a ogni costo. Israele può vincere un quartiere a Gaza e perdere un Paese nelle proprie piazze.
Nico Kir

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