• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Trump a Davos: una mezza svolta, molte ambiguità

Qualche attacco all’Europa che “sta andando nella direzione sbagliata”, qualche confusione tra Islanda e Groenlandia, la rivendicazione di “successi senza precedenti” in diversi ambiti, dall’economia alla politica estera e accuse alla Nato (“a cui diamo tanto senza ricevere nulla in cambio”) pur spiegando che no, non ricorrerà all’uso della forza per prendersi la Groenlandia: l’attesissimo discorso pronunciato oggi da Donald Trump a Davos si è rivelato, piuttosto, un confusionario flusso di coscienza. Condito, beninteso, dai soliti cavalli di battaglia: qualche immancabile frecciatina a Emmanuel Macron, l’accusa di essere “sempre lì per la Nato” ma di non essere sicuro che “lei sarebbe lì se ne avessimo bisogno noi”, accuse arbitrarie a Joe Biden (un “presidente orribile”) e ai democratici. Se fossero ancora lì “a quest’ora saremmo morti”, secondo Trump, a causa “dell’aumento del deficit e delle migrazioni di massa”.

di Alessia De Luca | 22 Gennaio 2026
U.S. President Donald Trump attends the 56th annual World Economic Forum (WEF) meeting in Davos, Switzerland, January 21, 2026. REUTERS/Denis Balibouse TPX IMAGES OF THE DAY

Qualche attacco all’Europa che “sta andando nella direzione sbagliata”, qualche confusione tra Islanda e Groenlandia, la rivendicazione di “successi senza precedenti” in diversi ambiti, dall’economia alla politica estera e accuse alla Nato (“a cui diamo tanto senza ricevere nulla in cambio”) pur spiegando che no, non ricorrerà all’uso della forza per prendersi la Groenlandia: l’attesissimo discorso pronunciato oggi da Donald Trump a Davos si è rivelato, piuttosto, un confusionario flusso di coscienza. Condito, beninteso, dai soliti cavalli di battaglia: qualche immancabile frecciatina a Emmanuel Macron, l’accusa di essere “sempre lì per la Nato” ma di non essere sicuro che “lei sarebbe lì se ne avessimo bisogno noi”, accuse arbitrarie a Joe Biden (un “presidente orribile”) e ai democratici. Se fossero ancora lì “a quest’ora saremmo morti”, secondo Trump, a causa “dell’aumento del deficit e delle migrazioni di massa”. Non ha risparmiato neanche bordate alla Cina “che produce le pale eoliche e le vende agli stupidi che le usano, ma che invece usa il carbone, il gas e il petrolio”. Nel suo discorso, Trump ha ripetuto anche un’affermazione infondata, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale. L’intervento del presidente americano era particolarmente atteso dopo che egli stesso aveva annunciato “grandi novità” e – ai giornalisti che lo interrogavano su quanto fosse disposto a spingersi per acquisire la Groenlandia – aveva risposto seccamente: “Lo scoprirete”.

Un punto saliente, tra molte ambiguità?

Contrariamente alle aspettative però, il discorso di Trump non ha regalato veri e propri scoop. Nel complesso, nel lungo intervento (durato un’ora e 12 minuti), il presidente americano ha fatto ricorso alle solite semplificazioni storiche, omettendo gli interessi e i vantaggi che gli Stati Uniti hanno tratto dall’alleanza transatlantica e messo nuovamente in dubbio il suo impegno nei confronti della Nato e dell’Articolo 5. È bene notare, però, che il presidente ha accuratamente evitato di menzionare, se non indirettamente, la minaccia dei dazi avanzata contro i paesi europei e – quindi – il rischio di uno scontro commerciale con i 27. Trump ha detto: “Noi chiederemo, e se ci sarà risposto di sì, bene. Altrimenti – ha aggiunto – ce lo ricorderemo”. Cosa intendesse dire di preciso, sarà di certo oggetto di attente analisi nei prossimi giorni, ma è già un passo avanti rispetto a “prenderemo la Groenlandia con le buone o con le cattive”, la frase ripetuta più volte dallo stesso Trump fino a poche ore fa. Il presidente ha comunque detto di aspettarsi “negoziati immediati” per “l’acquisizione” dell’isola artica, non menzionando il fatto che Danimarca e Groenlandia hanno più volte ribadito di non essere disponibili a trattare su uno scenario di questo tipo.

Carney: l’altro discorso?

L’arrivo in ritardo di Trump a Davos – a causa di un problema all’aereo – ha avuto un impatto a catena sul programma del presidente e sugli incontri bilaterali in agenda. Tra i leader che hanno lasciato Davos senza incontrarlo c’era anche Mark Carney, primo ministro del Canada, autore di uno degli interventi più densi e discussi del Forum, ampiamente circolato in rete e sui social media. Carney ha descritto un mondo in cui, dopo anni di crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche, l’integrazione economica è diventata uno strumento di potere: dazi usati come leva, infrastrutture finanziarie come coercizione, catene di approvvigionamento trasformate in vulnerabilità. Per le potenze medie, ha spiegato, la sfida non è se adattarsi a questa realtà, ma come farlo: limitandosi a innalzare barriere o scegliendo una risposta più ambiziosa e cooperativa. “Se non siamo al tavolo, siamo nel menu”, ha avvertito. Carney ha ricordato come Paesi come il Canada abbiano prosperato nell’ordine internazionale basato sulle regole, pur consapevoli dei suoi limiti e delle sue applicazioni asimmetriche, sostenute però dall’egemonia americana. Oggi, ha concluso, quel patto si è rotto: “Non siamo in una transizione, ma in una frattura”, di fronte alla quale le medie potenze possono ancora contribuire a costruire un nuovo ordine fondato su diritti, sostenibilità, solidarietà e sovranità.

Una sferzata all’Europa?

Il discorso di Carney non è l’unico ad aver fatto rumore a Davos. In un’intervista ai giornalisti presenti, il governatore democratico della California Gavin Newsom, probabile aspirante candidato alla Casa Bianca nel 2028, ha esortato i leader europei a tenere testa al presidente americano, il cui progetto di impossessarsi della Groenlandia, ha detto, “è una follia”. E sferzando i leader mondiali che non osano sfidare il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato: “Non sopporto questa complicità di gente che si gira dall’altra parte. Avrei dovuto portare un sacco di ginocchiere per tutti i leader mondiali. Voglio dire, distribuire corone, premi Nobel… È semplicemente patetico”. In effetti, oltre a Carney, pochi dei leader che si sono avvicendati sul palco del Forum in Svizzera hanno avuto parole altrettanto nette di condanna nei confronti dell’aggressività trumpiana. Tra questi Macron, che si è scagliato contro le “ambizioni imperiali” di The Donald, il suo “calpestare il diritto internazionale” e l’uso “inaccettabile” dei dazi come leva contro la sovranità. In molte cancellerie europee il giudizio è condiviso, ma in poche si ritiene che lo scontro frontale sia la strada giusta. Il vertice di emergenza convocato per il 12 febbraio dal presidente Antonio Costa sarà la cartina di tornasole della capacità dell’Unione di tradurre questa consapevolezza in un fronte politico comune.

Il commento

Di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow

“Dopo un anno di mandato vissuto pericolosamente, l’arrivo di Donald Trump a Davos rappresenta l’ennesimo stress test per i rapporti transatlantici. Negli ultimi giorni, nuove tensioni si sono accumulate, in un alternarsi di segnali non di rado contraddittori. La possibilità di nuovi dazi contro i paesi che hanno inviato loro personale militare in Groenlandia ha portato a una dura reazione da parte dell’UE. L’interrogativo è se e quanto questa reazione si concretizzerà o se il suo risultato non sarà quello di mettere in luce in maniera eclatante le tante incertezze di Bruxelles. In questo momento, Donald Trump sembra più che mai intenzionato a capitalizzare la sua posizione di forza. Una forza che, tuttavia, è, sotto molti aspetti, più apparente che reale. Il malcontento che serpeggia nella sua base elettorale è solo uno dei segnali d’allarme. Alla fine, l’interrogativo è sempre lo stesso: il Presidente riuscirà anche questa volta a imporre la sua posizione (e la sua narrazione) ad alleati ostili e a un paese che appare sempre più diviso? È una sfida importante, anche alla luce dell’appuntamento che si profila con il voto di midterm, voto che, una volta di più, si presenta come una sorta di referendum sulla figura e sull’operato del tycoon”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire
  • Cesare Valletta su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti