
A tre anni e mezzo dall’insediamento del Governo guidato da Giorgia Meloni il dibattito pubblico italiano appare intrappolato in una dinamica sterile: da una parte la difesa a oltranza, dall’altra la critica sistematica. In mezzo troppo spesso manca un’analisi lucida dei risultati, degli errori e delle prospettive. Sostenere che in quaranta mesi l’esecutivo non abbia “indovinato nulla” è una posizione politicamente comprensibile, ma difficilmente sostenibile sul piano razionale. Ogni Governo per definizione alterna decisioni condivisibili ad altre controverse, risultati concreti a promesse disattese. Vale per questo come per quelli precedenti. Ridurre tutto a un fallimento totale rischia di trasformare la critica in slogan. Il confronto dovrebbe invece entrare nel merito: economia, politica industriale, rapporti con l’Unione Europea, politica migratoria, ruolo internazionale dell’Italia. Non sono forse questi i terreni sui quali si misura la qualità di un esecutivo? Un’opposizione credibile dovrebbe articolare proposte alternative indicando priorità e soluzioni. Sul piano internazionale la Presidente del Consiglio ha mantenuto un’attività diplomatica intensa, cercando di consolidare la presenza italiana nei tavoli che contano. Si può discutere dell’efficacia di questa strategia, dei risultati ottenuti e delle scelte compiute, ma liquidare ogni iniziativa come mera propaganda non aiuta a chiarire ai cittadini quale diversa collocazione si immagini per il Paese. Questo non significa negare errori o limiti. Alcuni provvedimenti hanno suscitato perplessità, talvolta anche tra osservatori non pregiudizialmente ostili. È fisiologico in una democrazia. Ma la critica acquista forza quando distingue, quando riconosce ciò che funziona e incalza con fermezza su ciò che non funziona. Se tutto è sempre disastro, nulla lo è davvero. La vera questione non riguarda soltanto il bilancio dell’esecutivo, ma la qualità complessiva del nostro confronto politico. Una campagna elettorale permanente, fatta di delegittimazioni reciproche e contrapposizioni identitarie, non rafforza la democrazia. La indebolisce. Gli elettori hanno diritto a un dibattito che presenti alternative chiare, una leadership definita, un programma coerente e verificabile. In una fase storica complessa, segnata da tensioni internazionali e fragilità economiche, l’Italia non può permettersi una polarizzazione che riduca tutto a tifo contrapposto. Il confronto può essere duro, ma deve restare confronto: tra idee, visioni, priorità diverse di sviluppo e di giustizia sociale. La politica non è una gara a chi grida più forte. È la capacità di proporre soluzioni credibili e di assumersi responsabilità. Se il Governo ha sbagliato, lo si dimostri nel merito. Se l’opposizione vuole vincere, lo faccia offrendo una prospettiva convincente.
Il Paese, in fondo, è uno solo. E merita qualcosa di più del rumore di fondo della polemica permanente.
Angelo Santoro

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