Pensalibero, come è a tutti noto, non è incline alla censura. L’unico metro di giudizio per le notizie è che esse siano interessanti. Questa che pubblichiamo ci appare tale, sotto molteplici punti di vista. Ci asteniamo da ogni commento, lasciando ogni giudizio all’intelligenza dei nostri lettori. (n. c.)
I fatti recenti in Israele/Palestina dalla rottura della tregua alla massiccia e violenta rappresaglia israeliana scuotono sia le piazze del mondo arabo che la coscienza di ciascuno di noi, che ne siamo spettatori senza la possibilità di essere, non dico protagonisti, ma soggetti attivi, cioè in grado di influire, sia pure in forma limitata, sugli avvenimenti.
C’è una differenza fondamentale tra due campi dell’opinione pubblica, che non è quella tra filo-palestinesi e filo-israeliani, bensì tra tutti i filo da un lato e dall’altro tutti coloro che hanno a cuore i due popoli e le singole persone, che li compongono.
Questa divisione è trasversale, ma particolarmente acuta nella sinistra e nelle coscienze individuali, di chi della sinistra fa parte.
C’è una forma sottile dell’antisemitismo, quella per cui gli ebrei – e per traslazione gli israeliani – non solo sono diversi dagli altri, ma lo devono essere nel bene e nel male, anzi più nel male che nel bene.
Agli ebrei e, particolarmente, agli ebrei israeliani non si perdona nulla o si giustifica tutto in nome della loro storia, dalle persecuzioni che hanno patito alle esigenze di sicurezza.
La sicurezza per gli israeliani non è semplicemente essere al riparo dalle violenze del terrorismo, ma garanzia di potere sopravvivere come popolo e come Stato in quell’area del Medio-Oriente.
I palestinesi, come ogni popolo della terra, hanno diritto alla loro identità ed all’autodeterminazione, allo sviluppo ed alla dignità collettiva ed individuale: in tutta la Palestina, ma soprattutto nella Striscia di Gaza, non ne possono godere.
Il dramma, che allo stato appare insuperabile, è che le reciproche esigenze non possano essere soddisfatte, che con la negazione totale e radicale dell’altro.
Per Hamas la creazione di uno Stato Palestinese richiede l’annientamento dell'”entità sionista” e lo stato futuro dovrebbe essere retto dalla sharia: uno stato dove non ci sarà spazio per gli israeliani ma neppure per gli arabi cristiani.
Per settori israeliani l’unica sicurezza concepibile consiste non solo nell’erezione di muri invalicabili, ma nella deportazione fuori dai confini di Israele della popolazione araba, compresa quella araba di nazionalità israeliana: una sicurezza ossessiva troppo simile ad un’ideologia totalizzante, come la purezza della razza.
Se il dilemma è questo, dobbiamo confessare la nostra impotenza e quindi schierarsi da una parte o dall’altra.
Questa scelta di campo significa anche non poter andare troppo nel sottile nel scegliersi la compagnia. Per tutti quelli che comunque ritengono intollerabile la scomparsa di Israele e l’annientamento del suo popolo, stare in compagnia di ex o post-fascisti di recente convertiti alla causa di Israele.
Per chi è preoccupato delle sorti del popolo di Palestina essere complice del fanatismo integralista, dei terroristi e nel migliore dei casi tacere sul regime iraniano.
Per chi ha coscienza non si può rimanere indifferenti rispetto all’umiliazione quotidiana dei palestinesi ed alle vittime civili delle rappresaglie israeliane, che non si possono liquidare come effetti collaterali, un prezzo comunque da pagare, come delle vittime israeliane dei kamikaze e delle loro bombe sugli autobus, nei mercati e nei luoghi di ritrovo.
L’indifferenza non si può giustificare con il fatto che gli avvenimenti sono visibili in presa diretta e perciò vissuti come manipolazione dell’opinione pubblica.
Al Jazeera ha allestito un secondo canale esclusivamente dedicato alle rappresaglie israeliane e alle vittime palestinesi con l’effetto di moltiplicare la collera delle masse arabe in contrasto con l’inerzia dei loro governi.
Cosa cambia rispetto ai fatti che non abbiamo gli stessi reportage dei massacri nel Sud Sudan o che i genocidi del Ruanda sono stati perpetrati lontano dalle telecamere?
Il fatto grave è la copertura mediatica del conflitto israelo-palestinese o non, piuttosto, che in questo nostro villaggio globale le violenze in altre parti del mondo non abbiano, non possano avere o non interessa avere una copertura mediatica?
Fossimo soltanto degli impassibili analisti potremmo ridurre l’impatto emotivo contestualizzando i sanguinosi avvenimenti: ci saranno le elezioni in Israele e la strategia di Hamas è dettata non dalla dirigenza locale, bensì da quella in esilio e pertanto sotto l’influenza, se non il controllo, degli Hezbollah libanesi e dei loro patron siriani e libanesi. Sono cose ovvie, ma non riducono il dolore delle madri delle vittime o la disperazione dei sopravvissuti alla distruzione delle proprie case o dei familiari di chi è stato colpito da un razzo Qassam.
La protesta degli amici di Israele contro la sproporzione della reazione militare potrebbe essere più forte ed influente, se gli amici dei palestinesi non tacessero sui lanci dei razzi, sulla detenzione del sergente Shalit, diventata uno spettacolo teatrale, sugli atti di terrorismo, sui massacri di prigionieri o sulle esecuzioni sommarie di presunti collaboratori, per non fare che alcuni esempi, o sulla mancanza di libertà civili e sulla corruzione delle autorità politiche ed amministrative palestinesi o sulle manifestazioni di giubilo ogni volta che vi siano vittime israeliane o di ebrei, anche al di fuori della zona di conflitto.
Chi crede nella possibilità,per quanto remota, di una futura possibile convivenza ed uno sviluppo economico e sociale in Israele e Palestina, che soltanto la pace o una tregua duratura possono garantire, deve continuare a testimoniare.
L’alternativa è tacere e, perciò, richiudersi nelle proprie contraddizioni, in altre parole abdicare, cioè rinunciare alle proprie idee di libertà e giustizia.
Questo prezzo non dobbiamo essere disposti a pagarlo, tanto più ora in questi drammatici momenti.
Felice Besostri di Sinistra per Israele

Lo so da me che è una scelta troppo comoda e facile, ma in primo luogo si deve essere dalla parte di chi soffre senza averne colpa. Anche perché per il resto, divisi tra ragione e sentimento, rimane arduo avere idee chiare – e soprattutto saperle giustificare – per poter dare giudizi su colpe, responsabilità dell’una o dell’altra parte, per formulare auspici non banali su come dovrà risolversi il conflitto. Non tanto per l’esito immediato, che non mi pare sia mai stato in dubbio, ma per le prospettive non certo di pace purtroppo, ma per lo meno di un certo accomodamento futuro.
In secondo luogo quindi la sensibilità di ognuno non può limitarsi ad annettere responsabilità in misura più o meno equivalente a questo o a quello ed a sentenziare un pareggio, in casa o fuori casa, senza prendere in carico una volontà, uno sforzo comune, il bisogno di un’iniziativa di tutte le nazioni e le forze in gioco. A partire da quelle che ne sono le dirette protagoniste, ma senza escludere le altre.
L’intervento del compagno Besostri, sempre impegnato su questi temi per come me lo ricordo dagli anni giovanili, illustra in maniera esemplare la lacerazione di coscienza presente nelle variegate componenti della sinistra, di cui è tanta parte anche la tradizione della cultura ebraica nel nostro paese. Mi permetta però di osservare che limitarsi, come sembra proporre, alla semplice testimonianza, sia pure impegnata, qualificata, duratura, quasi testarda possa non bastare, come la semplice testimonianza non è mai bastata, per essere da sola lo strumento adatto a risolvere i conflitti. A fronte di questo deve esserci una proposta politica, una sbocco democratico e di pace, sviluppo forse non congeniale ad Hamas per la sua stessa natura e semplicemente dimenticato da Israele nella sua ansia punitiva.
Senza questo non potrà mai esserci una soluzione, né per i palestinesi né per le altre vittime della storia. Tra cui ci sono anche i loro avversari, non trovate?
Credo che il discorso sia abbastanza chiaro ,anche se poco mi piace il parlare di “palestinesi” ,e poi subito dopo parlare di Hamas.Il popolo palestinese è una cosa ,altra cosa la setta terroristica di Hamas ,che ha la missione dichiarata di distruggere lo stato di Israele. Si può far finta di non saperlo ,come il prode D’Alema che sornione ricorda che Hamas ha vinto le sue elezioni ( ed allora,in Israele non ci sono elezioni ?) tanto perchè non vuol riconoscere la verità. Parlare d’altro per non discutere sul serio dei problemi è una vecchia pratica , ma si deve riconoscere che è solo un ciurlare nel manico . I problemi vanno affrontati alla radice ,mi pare….