
Lunedì in Calabria si è consumato l’ennesimo flop della coalizione di sinistra, con un M5S inchiodato a numeri prossimi allo zero. E parliamo della Calabria, che per anni è stata roccaforte grillina. È un copione che si ripete, subito dopo il fallimento nelle Marche: un’altra regione persa, un’altra occasione bruciata, un’altra conferma che piazze e cortei non bastano a trasformarsi in consenso reale.
C’è un momento in cui la politica esce dal teatro e rientra nella vita vera. Finiscono i cori, restano i conti. O hai un’idea solida con un percorso chiaro, oppure l’elettore ti saluta senza fare rumore. È quello che sta succedendo: si scambia la piazza per una strategia, la kefiah per un’agenda, lo slogan per un programma. Ma l’urna non è un palco: pesa, non applaude.
La rincorsa al simbolo ha sostituito la fatica del progetto. Un giorno la kefiah, il giorno dopo l’hashtag, poi il corteo di rito. Nel mezzo pseudo riconoscimenti regionali di presunti Stati e la solita liturgia dell’antifascismo d’emergenza usata come cerotto quando finiscono le proposte. Intanto i dossier veri restano lì, chiusi nel cassetto.
Il lavoro non riparte con uno striscione. Servono investimenti sbloccati senza burocrazia che ti si pianta addosso. Servono competenze formate bene, non volantini. Servono salari che crescono perché cresce la produttività, non perché lo si dichiara per decreto. La scuola non si rialza con le retoriche del passato: programmi misurabili, strumenti ai docenti, valutazioni oneste. La politica estera non è un torneo morale: è difesa degli interessi nazionali, scelte di campo, continuità quando il vento gira. Tutto questo richiede disciplina, non scenette.
La sinistra perde perché ha smarrito la grammatica del governo. Aggettivi al posto dei numeri, toni alti al posto della responsabilità. L’Italia che conta, quella che lavora, studia, esporta e pretende stabilità pluralista, non ha bisogno di urlare per capire da che parte stare. Vuole sapere che cosa fai, quando lo fai, quanto costa e perché conviene al Paese. Se non lo dici, ti boccia. Fine della storia.
Il Paese non cerca messia, cerca meccanici bravi. Gente che mette le mani nel motore e lo fa ripartire. Tre o quattro priorità chiare valgono più di cinquanta promesse: crescita con infrastrutture e imprese che respirano, lavoro dignitoso con un cuneo che scende perché lo Stato si mette a dieta, scuola e ricerca fuori dal parcheggio dei buoni propositi, sicurezza interna e postura internazionale coerente con le nostre alleanze storiche.
Vuoi fiducia? Prometti solo ciò che puoi mantenere. Poi mantienilo. Questa è l’unica moralità che conta in democrazia. Il resto è fumo nell’aria. Se la sinistra smette di inseguire l’icona e torna all’idea, se abbandona la scenografia per il cantiere, può tornare in partita. Altrimenti continuerà con lo stesso film: piazze piene, urne vuote.
Non è sfortuna, è adultità dell’elettorato. Tra scioperi spettacolo, kefiah e slogan, alla fine vince chi porta risultati. Chi vuole guidare il Paese studi la mappa, scelga la rotta e tenga il timone quando arriva mare grosso. La schiuma fa scena, ma non ti porta in porto.
Piero Terracina

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