Premessa d’obbligo: il periodo è ancora molto delicato, per la pandemia in corso ormai da un anno, e tutta Italia, giusto per fermare lo sguardo al nostro Paese, deve stare attenta. Le vaccinazioni in corso sono la luce in fondo al tunnel ma siamo ancora nel tunnel.
La ricerca sta facendo i classici passi da gigante sia nella prevenzione sia nella cura e ci aspettiamo risultati importanti perché una marea di centri ricerca in tutto il mondo sono collegati nella sfida per capire i punti deboli di questo virus che muta e preparare le risposte immunologiche e terapeutiche possibili e necessarie. Detto questo dobbiamo fare un’autoanalisi su quello che abbiamo fatto negli ultimi mesi, una specie di esame di coscienza su quello che è andato bene e quello che è andato male, sulle scelte indovinate e sulle scelte dubbie o addirittura sbagliate. Solo così potremo cambiare e migliorare domani.
Il grande quesito che sta sopra tutti gli altri interrogativi è questo: bastano le regioni a colore per combattere l’espansione del virus ancora così rilevante? C’è chi dice sì e c’è chi dice no. Ma anche tra chi dice sì c’è chi ha aggiunto modifiche al sistema delle regioni a colori introducendo significative variazioni e restrizioni ai colori stessi, ad esempio non spostarsi da regione a regione anche se sono regioni gialle oppure l’indicazione del numero massimo delle visite a domicilio. Questo vuol dire che il sistema colori e diversificazioni territoriali è e deve essere sempre soggetto ad analisi e verifiche, i cui effetti non possono mai essere dati per scontati.
Ma in questi mesi, da quando è scoppiata la fase autunno inverno del Covid 19 anche in Italia, tutte le misure introdotte e applicate sono state incisive? No. Assolutamente no. E’ ormai acclarato che la stragrande maggioranza dei contagi passa per la vicinanza stretta e non protetta e il contatto ravvicinato tra persone con il famoso droplet. Se questo è il veicolo principale del contagio perché abbiamo consentito per mesi lo stazionamento di persone a pochi metri dai bar tollerando un asporto mascherato?
I bar sono importanti e non è colpa dei baristi se fuori dal bar i clienti fanno un chiosco virtuale all’aperto. Ma vi faccio un’altra domanda: è più pericoloso, per scambiarsi il virus, stazionare a 40 centimetri tra bocca e bocca bevendo un aperitivo o fumando sotto il portico o a 5 metri dall’ingresso del bar, con la mascherina abbassata, parlando ed emettendo inevitabilmente goccioline, oppure stare fermi con mascherina e a distanza di due metri uno dall’altro davanti a un quadro in un museo? O seduti, a distanza prefissata e di sicurezza, ad un tavolo di ristorante?
Abbiamo chiuso i musei perché le statue e i quadri non strillano e abbiamo consentito, con scarso studio degli effetti, comportamenti e consuetudini che presentavano una evidenza chiara dell’occasione di contagio. Lasciare che gruppi di persone dal numero indefinito stazionassero a 30 o 50 centimetri da bocca a bocca davanti a locali più diversi a bere e chiacchierare non in sicurezza non è il massimo della prevenzione.
Anche nelle aziende, negli uffici e nelle fabbriche si invita fermamente a non stazionare nelle mense e davanti alle macchinette del caffè, degli snack e delle bibite, ma di prelevare e allontanarsi perché bere e parlare davanti a un caffè e a una bibita è nei fatti un contesto di scambio potenziale di goccioline. Ci sono stati errori di analisi e di previsione come quelli sul trasporto pubblico alla vigilia della riapertura delle scuole. Piani e regole parlavano di incremento di corse e posti contingentati e poi la realtà ha superato la fantasia: soliti bus, solite carrozze della metro per settimane e mesi piene e intasate con le persone costrette a respirare addosso alle altre persone. Non è stato il massimo per la prevenzione. Nei nuovi provvedimenti ci si ravvede e si pone rimedio all’asporto mascherato. E si dovrebbe consentire di entrare in posti in cui si può stare soli o in pochi, a distanza e zitti, davanti a un quadro e una statua, in un museo o in una mostra.
Ultima annotazione sulle mascherine. Ci sono ancora persone che le appoggiano sul naso e sulla bocca senza piegare il ferrettino superiore a cavallo del naso. E’ ovvio che alla prima occasione di movimento della mandibola la mascherina, soprattutto quella chirurgica, può scendere. Si vede anche in televisione fior di intervistati che hanno il problema di risistemare ad ogni parola e frase la mascherina che scende pericolosamente sotto il naso.
Dopo un anno si dava per scontato di aver imparato come indossare una mascherina ed invece ci sono ancora sacche di, chiamiamola, leggerezza. La mascherina serve se si indossa bene, fermandola tra naso e mento, altrimenti è una mascherina mascherata.
Fabrizio Binacchi

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