L’attivo ministro dell’agricoltura Zaia non usa tanti giri di parole: “Non mangio l’ananas immaginarsi se mangio quella roba lì” Quella roba lì è il kebab, carne di vari tipi tagliata sul grosso fuso in bella mostra su tante strade anche di nostri centri storici e periferie. Io, l’ho confesso, due o tre volte l’ho mangiato e, devo dire, ho ricordi migliori rispetto a certi toast. Gusto italiano e palato federalista. Anche la lingua vuole la propria lega (o Lega). Crescono i negozi etnici nelle nostre città e al di là del fatto curioso e della moda che interessa ragazzini in cerca di sapori diversi e belle signore che vogliono provare il gusto del kebab, il fenomeno comincia a diventare politico. Ma sarebbe ridicolo cadere nella guerra dei sapori. C’è il negozio di tortellini e spuma di mortadella e più avanti il negozio di rosticceria cinese e chi vuole va a tortellini e chi vuole va a involtini primavere. Perché mi sa che il rischio vero nel criticare il kebab in termini sociali è quello di celebrarlo. Oltremisura. Meglio tenere tutto nel giusto valore: c’è un peso per l’identità nazionale e c’è un peso per il panino alla porchetta. Finti regionalismi sulla dieta alimentare rischiano di provocare nuove confusioni sulla tavola dell’agricoltura italiana. “Il mare era piatto come una tavola -direbbe il comico Alessandro Bergonzoni- e i marinai stavano apparecchiando”. L’agricoltura italiana sta attraversando una fase di forte risposizionamento e sull’agro-alimentare non si può scherzare. Tradotto: l’ultima sfida dei piatti italiani tra nord e sud puo’ richiamare certo l’interesse delle copertine nazionali e internazionali ma non sempre fa bene alla salute del settore, per la confusione che puo’ generare nella classe media dei consumatori. Bisognerebbe evitare di politicizzare la polenta e l’olio d’oliva, il risotto e le penne al pomodoro al basilico. Uno scontro tra le regioni del nord, sui cibi ritenuti grassi, e quelle del sud sui cibi ritenuti mediterranei e sani, fa il gioco di chi pensa che alla fine sia meglio buttarsi sulle scatolette o all’estero. La competizione va bene se serve alla conoscenza e alla diffusione di informazioni e prodotti, ma la competizione che demolisce un prodotto non fa bene al piatto e al prodotto che lo genera. Che senso ha contrapporre la polenta concia o la polenta taragna condita con i formaggi assaggiata a Ceresole Reale e il pesce azzurro o il totano alla menta di Santa Maria al mare? Se è per pubblicità come si fa per le gare tra piazza e piadina nulla da eccepire, se si scontrano istituzioni e regioni, pezzi di ministero e pezzi di associazioni allora è tutto da discutere. Serve una grande mappa dell’eccellenza agroalimentare italiana più che puntare alla speculazione di immagine o alle “sentenze” da etichetta, tipo questo fa dimagrire o questo fa ingrassare, questo stimola i radicali liberi quello stimola i radicali “prigionieri”, beh dicevamo serve una grande mappa per diffondere le qualità dei prodotti e dei piatti regionali che ne derivano. Risotti e pesce azzurro, polenta e olio di oliva non hanno bisogno di finti avvocati difensori ma di una promozione consapevole presso l’unico giudice che puo’ promuovere e bocciare, e cioè il consumatore. E magari invece di baloccarci allegramente sui giornali e sulle televisioni intorno a questa battaglia inventata dei piatti “pseudo federalisti”, ci si concentrasse su quelle due o tre emergenze di settore che stanno investendo alcuni prodotti, non sarebbe male. Di tutto abbiamo bisogno ma non di scontri forzati a colpi di copertine tra i pomodori di Modica e Pachino e la Toma Piemontese, tra il lardo di Colonnata e l’olio del Garda, tra i pistacchi di Bronte e la patata bolognese o di Budrio; nell’epoca in cui bisogna fare massa critica è meglio non cedere alla critica di massa.
Fabrizio Binacchi
www.virgola1.splinder.com

L’unica cosa è che non capisco come si possa fare critica pesupponendo l’ammucchiata dei diversi : unicuique suum ,si ammonisce da secoli . Abolire le differenze storiche e culturali sarà un successo per i fanatici del “pangermanesimo” globalizzante , ma una disfatta per l’originalità ,e per la critica.