La notizia è ormai ufficiale: l’Italia, grazie ai buoni uffici della premiata ditta PD & PDL, entra nel clan dei paesi dell’Unione che applicano lo sbarramento elettorale per le elezioni Europee.
Cominciamo subito col dire che non tutti i paese della cosiddetta “Europa a 27” possiedono lo sbarramento per l’ingresso nel parlamento comunitario: si tratta solo di una misura facoltativa. Il Parlamento Europeo, non dovendo esprimere un governo ma semplicemente espletare una rappresentanza di tutti i paesi che ne fanno parte, non ha il vincolo della governabilità e non a caso per l’elezione dei suoi componenti è stato scelto il sistema proporzionale. Francia, Germania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania e Lettonia possiedono uno sbarramento al 5%; l’Austria e la Svezia al 4% e la Grecia al 3%. Gli altri sedici (da oggi quindici, visto che l’Italia ha cambiato regime) Stati membri dell’Unione non hanno sbarramenti di sorta.
Ne consegue che l’esimio On. Franceschini, quando sostiene che lo sbarramento sia in uso in tutti (si, tutti) i paesi europei, dica una esimia bufala. Paradossalmente il PDL è stato più sincero coi cittadini italiani di quanto non lo sia stato il PD: il suo portavoce ha parlato di “alcuni Stati europei”.
C’è poi un altro aspetto assai grave che merita di essere riportato: lo sbarramento al 4% non è stato introdotto due o tre anni fa, ma a cinque mesi dalle elezioni. E’ un “golpe bianco” paragonabile al cambiamento della legge elettorale operato da Berlusconi tre anni fa: allora tutto il centrosinistra, a cominciare da quei due partiti che avrebbero in seguito formato il PD (Ds e Margherita), gridò allo scandalo e sollevarono gli scudi in nome della democrazia ferita a morte. Oggi invece, per non perdere troppi voti, gli ex diellini e gli ex diessini danno una mano a Berlusconi a darle il colpo di grazia.
E’ l’opportunismo di una riforma elettorale fatta ad un passo dal voto, con la raccolta delle firme per la presentazione delle liste già in atto, a indignare chi veramente in questo paese continua a sentirsi liberale e democratico. E’ contro questa vergogna che i partiti minori, oggi più di ieri veri depositari del patrimonio democratico del paese e non più portatori di interessi individuali ma al contrario comuni (contrariamente a quanto finora è stato detto dai sostenitori del “grande partito è bello, abbasso i piccoli”), devono battersi se vogliono che nel futuro di questo paese ci sia spazio per loro e per il pluralismo: per quell’enorme massa di italiani che si troveranno esclusi dalla rappresentanza politica a causa degli interessi di bottega del falso bipolarismo nazionale.
Veniamo adesso agli aspetti benefici (o almeno così ci auguriamo che siano) di questa riforma: sì, perchè anche nelle peggiori situazioni c’è sempre qualcosa che deve farci pensare in positivo. L’introduzione dello sbarramento al 4% è un impulso alla formazione di una lista unitaria della sinistra democratica e riformista (in una parola, socialista) che vada incontro ai desiderata di un elettorato rimasto fino ad oggi troppo inascoltato. Mai come oggi l’appello alla sinistra lanciato da Nencini è sembrato d’attualità; e, notizia dell’ultima ora, alla fine il coordinatore di Sinistra Democratica Mauro Fava ha dovuto cedere a tutte le sue ritrosie nei confronti del Partito Socialista riconoscendo la necessità di partecipare alla nascita di una lista comune. E’ solo il primo passo, ma vale la pena d’incoraggiarlo. Anche perchè non possiamo più permetterci il lusso di lasciare che siano le segreterie a svolgere da sole le tipiche “fusioni a freddo” già sperimentate con doloroso insuccesso negli anni passati; la storia di tutti i movimenti politici dimostra come l’unione di partiti condotta dall’alto, senza il coinvolgimento, il consenso e la partecipazione della base e degli organismi inferiori, si concluda sempre e comunque con un fiasco.
Per questo motivo, se stavolta vorremo davvero dar vita ad una forza socialista duratura e capace di crescere, dovremo far sì che l’aggregazione parta dalla base evolvendosi verso l’alto, anzichè essere una semplice operazione di vertice destinata come tale ad infrangersi inevitabilmente dinanzi al muro del 4%.
Filippo Bovo.

C’era esponente di una forza “socialista “( lo SDI),cioè tal Riccardo Nencini , a far il Presidente del Consiglio Regionale della Toscana ,quando venne approvata (prima del voto,in velocità ) la riforma elettorale che toglieva le “preferenze” dalle elezioni regionali. Sempre in corsa,e dalla stessa Presidenza “socialista” ,vennero cambiate le regole (a raccolta iniziata )per la raccolta delle firme referendarie….Caro Bovo ,per partire dalla base bisogna comunque rivolgersi altrove…!!!!