Decisamente a Giove Pluvio, il permaloso dio della pioggia dei Romani, questa Butterfly non deve rimanere simpatica.
Dopo aver pesantemente boicottato la prima costringendo ad un grande ritardo l’inizio dell’opera e chiamando il personale ad un impegnativo lavoro di asciugatura del palco e delle scene, anche per questa seconda replica ci ha messo lo zampino, stavolta con più malizia. Anziché una forte pioggia ha preferito gocce sparse che si sono presentate puntualmente poco prima dell’inizio, costringendo quindi gli organizzatori a procrastinare di poche decine di minuti, per continuare, con fasi alterne, per altre due volte durante il primo atto: risultato, due interruzioni durante l’esecuzione, gli orchestrali che si allontanavano per “mettere in salvo” gli strumenti e i cantanti che, facendo buon viso a cattivo gioco, lasciavano la scena interrompendo le loro performance con un sorriso a denti stretti specie dopo l’ultima interruzione proprio all’inizio del bellissimo duetto finale “bimba dagli occhi pieni di malia”.
Ma, per fortuna, Giove Pluvio aveva solo voglia di scherzare e l’opera è andata avanti regolarmente senza ulteriori interruzioni.
Una Butterfly attesissima e discussa questa, nuovo allestimento in coproduzione con l’Opera Royal de Wallonie-Liege, con la regia di Stefano Mazzonis di Pralafera.
Il regista “stravolge” la figura della piccola Cio Cio San per restituirle una personalità più forte, un carattere più lucido e spietato, una “cattiveria” che non si rivolge solo contro se stessa ma colpisce l’oggetto del suo dolore: Pinkerton e con lui l’arroganza del potere di uno Stato colonizzatore.
Mazzonis per rafforzare questo carattere, sposta la datazione dei fatti al termine della seconda guerra mondiale, dopo che l’America aveva lanciato le due atomiche, prima su Hiroshima poi proprio su Nagasaki; il suo sguardo non si rivolge però verso la città ferita e sugli orrori che la travolgono: si allontana per salire sulla collina risparmiata dalla tragedia per raccontare un’altra tragedia, quella di un sogno tradito di una speranza disattesa, di un tradimento, forse annunciato ma mai supposto almeno dalla vittima.
Da una parte, Cio Cio San, quindicenne giapponese “di famiglia assai prospera, un tempo” caduta in povertà per la morte del padre voluta dall’Imperatore e costretta, per mantenere la madre e se stessa a diventare geisa “Ma il turbine rovesciale querce più robuste e abbiam fatto la ghesha per sostentarci (…) Non lo nascondo, né m’adonto. Ridete? Perché?… Cose del mondo”.
Una giovane cresciuta in fretta e costretta a fare i conti con le contraddizioni e le ingiustizie della vita che, pur secondo le leggi giapponesi, accetta di sposare quell’americano che gli ha messi sulla strada Goro, “.…siete per me l’occhio del firmamento. E mi piaceste dal primo momento che vi ho veduto. Siete alto, forte. Ridete con modi sì palesi! E dite cose che mai non intesi. Or son contenta…” dice di lui aprendogli il cuore. Contrariamente a molte sue colleghe, quella per lei non è l’occasione per metter da parte dei soldi da destinare alla vita futura: F.B.Pinkerton è il suo amore, colui che potrà farla felice allontanandola da quella vita che non ama.
“Vogliatemi bene, un bene piccolino, un bene da bambino quale a me si conviene. Noi siamo gente avvezza alle piccole cose umili e silenziose, ad una tenerezza sfiorante e pur profonda come il ciel, come l’onda lieve e forte del mare”.
Dall’altra parte “Benjamin Franklin Pinkerton, luogotenente nella cannoniera Lincoln, marina degli Stati Uniti America del nord…” uno dei tanti “vincitori” di ogni tempo e di ogni guerra: arrogante, superficiale, desideroso di “cogliere l’attimo” incurante delle possibili conseguenze “… qual farfalletta svolazza e posa con tal grazietta silenzïosa che di rincorrerla furor m’assalese pure infrangerne dovessi l’ale…” dice con naturalezza al Console Sharpless che è venuto a trovarlo per la cerimonia di nozze.
E alla sua benevola rimostranza “ È un facile vangelo…che fa la vita vaga ma che intristisce il cor…” risponde con una certa soddisfazione: “Così mi sposo all’uso giapponese per novecentonovantanove anni. Salvo a prosciogliermi ogni mese. America for ever!”
Dunque due mondi lontani: l’una che sceglie per se stessa una strada d’amore e fedeltà, l’altro che usa senza scrupoli le leggi del luogo per utilizzare al meglio il tempo di sosta in quel Paese ma con il pensiero al “giorno in cui mi sposerò con vere nozze, a una vera sposa americana”.
Questo è quanto dice il libretto e tradizione e fedeltà ad esso vuole che Butterfly, una volta che Pinkerton torna per venirsi a prendere il bambino nato dalla loro unione, con dolore glie lo affidi dopo essersi suicidata: “Ah! triste madre! Abbandonar mio figlio…E sia. A lui devo obbedir!”.
Ma al regista Stefano Mazzonis questo finale “sta stretto”: egli vede Butterfly non già rassegnata ma vendicativa, capace di ordire ai danni del traditore fedifrago un piano diabolico che lo punisca proprio laddove maggiore è il suo orgoglio.
Scelta ardita? Forse, ma il “gioco” funziona, basta non affezionarsi alla tradizione e lasciare libero il pensiero. In fondo tutta l’opera è un rispettoso omaggio al libretto e al di là di un inutile (e a mio avviso ridicolo) elicottero che trasporta Pinkerton, Sharpless, Kate e Goro sul tetto della casa di Butterfly, tutto si svolge in modo piacevole, equilibrato e con un gusto sobrio e attento ai dettagli.
Mazzonis ha davvero studiato a fondo l’opera trovando il linguaggio giusto nella caratterizzazione di ognuno dei personaggi che in tal modo vengono giustamente valorizzati e sottratti da un macchiettismo di maniera che spesso ne svilisce il valore.
Ecco quindi che questo cambiamento di finale può funzionare: il “bambino” viene occultato dentro una carrozzina agli occhi di Sharpless e poi, nel finale, “porto” da Suzuki sempre nella carrozzina a Kate che dovrebbe prenderlo. Ma, e qui il colpo di scena, nella carrozzina c’è solo una parrucca bionda e degli stracci; la meraviglia di Kate e di Sharpless si mischia all’urlo, questa volta di rabbia anziché di dolore, di Pinkerton che pronuncia quel “Butterfly! Butterfly!” come se dicesse “Maledetta, che hai fatto!”.
Ma la risposta di Butterfly non arriverà mai: aperta la porta della camera, il corpo della piccola Ciò Ciò San nuovamente vestita dei panni giapponesi (in tutto il secondo atto vestiva con orgoglio abiti occidentali come pure occidentale era diventato l’arredamento della casa) cadrà riverso con la gola tagliata: “Con onor muore chi non può serbar vita con onore”sta scritto sul pugnale ricevuto in eredità dal padre, e con questo estremo gesto ella si riconcilia con se stessa e con il Giappone che aveva rinnegato per amore di Pinkerton: “E per farvi contento potrò quasi obliar la gente mia. Amore mio!” dice all’inizio dell’opera.
Ma in quel gesto c’è anche il desiderio di “chiudersi la bocca” (come non ricordate la piccola Liù che sceglie il suicidio piuttosto che pronunciare sotto tortura il nome del suo signore…), per non dire a nessuno e prima di tutto a Pinkerton, dov’è quel bambino, se mai è esistito, se è ancora vivo. Una punizione feroce quanto feroce è stato il comportamento di quell’uomo che le aveva promesso amore ed un futuro nuovo “O Butterfly piccina mogliettina, tornerò colle rose alla stagion serena,quando fa la nidiata il pettirosso” e che invece sceglie cinicamente una moglie americana dimenticandosi di lei.
Un plauso dunque a Mazzonis per questa nuova proposta e per la delicatezza con la quale ce l’ha porta: l’accogliamo con interesse, certi che il Maestro Puccini non se ne adombri e che sorrida a questa lettura un po’ eretica ma interessante della sua opera prediletta.
Le scene, che, al di là di quell’elicottero ci sono apparse congrue e piacevoli, sono di Jean-Guy Lecart, i costumi, anch’essi pertinenti e gradevoli, di Fernando Ruiz. Il disegno di luci, minimalista ma efficace, porta la firma di Nino Napoletano.
Musicalmente parlando sottolineiamo con piacere la prova del tenore Stefan Pop che, nonostante fosse provato dalle fastidiose interruzioni causate dalla pioggia ha mantenuto un livello egregio regalandoci momenti di grande intensità come nell’ Addio fiorito asil che meritava un bis.
Bella anche la voce e l’interpretazione del soprano armena Karine Babajanyan che ha dato di Butterfly una lettura vocale e scenica a tratti davvero emozionante, mantenendo uno standard elevato per tutta l’opera.
Qualche contestazione, a nostro avviso non completamente meritata, a Stefan Ignat, Sharpless, che avevamo già ascoltato lo scorso anno nei panni di Scarpia nella Tosca. Pur mostrando alcuni limiti, la sua prova è comunque da ritenersi accettabile.
Più che positiva la prova di Annunziata Vestri, una Suzuki vocalmente convincente e scenicamente intensa e profonda, come pure positiva quella di Marco Voleri nel ruolo di Goro e di Daniele Caputo in quella del Principe Jamadori. Meno convincente Manrico Signorini nelle vesti dello zio Bonzo.
Citiamo anche gli altri interpreti di questa piacevole serata: Evgenia Vukkert, Kate, Luca Bruno, Il Commissario Imperiale, Emmanuel Lombardi, L’ufficiale del Registro, Sandra Mellace, la madre di Butterfly, Beatrice Cresti, la zia, Filippo Lunetta, Yokuside, Beatrice Stella, la cugina.
Efficace l’Orchestra del Festival Puccini, diretta da Nir Kabaretti (che ha sostituito il M° Veronesi che avrebbe dovuto dirigerla), direttore musicale della Santa Barbara Symphony in California dal 2006 e Southwest Florida Symphony Orchestra dal 2015. Il Maestro ha offerto una buona performance cogliendo della partitura pucciniana quelle nuances che la rendono immortale. Positiva anche la prova del Coro del Festival diretto dal M° Roberto Ardigò.
Servizio di Stefano Mecenate















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