
E’ nelle sale, già da alcuni giorni, l’ultima fatica di Luc Besson, presentata a Venezia 80.
Tratto da una notizia di cronaca il film segna il ritorno del regista francese ai temi dell’origine: un soggetto vulnerabile e indifeso che comunque giganteggia e influisce sulla realtà che lo circonda.
C’è voluto l’impegno costante di 25 addestratori di cani, uomini e donne, per rendere questo “uomo dei cani” un grande personaggio, ora ladro, ora riparatore di torti, ora innamorato in un sogno d’amore impossibile ma anche vendicatore senza incertezza alcuna sempre aiutato dai suoi cani che ubbidiscono ad ogni suo richiamo.
Ovunque ci sia un infelice Dio invia un cane, si afferma nel film, e di infelicità il protagonista ne ha assaporata tanta, nelle mani di un padre violento e un fratello ossessionato dalla religione che vede il padre come colui che regolerà la vita del fratellino, troppo incline all’amore verso i cani che “devono” soffrire la fame per essere sempre più aggressivi.
Douglas,di nascosto porta cibo alle povere bestie, il fratello maggiore riferisce tutto al padre che rinchiuderà quel figlio “degenere” all’interno della gabbia canina sulla quale viene posta una fascia con la scritta Dogman, così appare all’esterno, ma il malcapitato da dentro il recinto legge la parola GOD e diviene una sorta di signore dei cani.
Come può la madre del ragazzo assecondare i capricci di quei due individui ignobili, il marito e il figlio maggiore? E’ debole, non ce la fa a resistere e lascia famiglia.
Per colmo di sfortuna, il dogman perde l’uso delle gambe a causa di un proiettile sparato dal padre che gli provoca una lesione spinale. La vita di questo protagonista sembra volgere sempre e solo verso la sconfitta, ma non è del tutto così. Aiutato dai cani fugge e diventa un po’ eroe shakespeariano; “… in Shakespeare c’ è già tutto” dice l’assistente sociale che si prende cura di lui, l’unica creatura alla quale lui si affezioni, oltre ai suoi cani ovviamente. Ma la ragazza è un’attrice in cerca di una scrittura e, quando la ottiene infrange il sogno d’amore del protagonista. In questo alternarsi tra un personaggio della tragedia scespiriana e il vestir i panni di Joker. Dogman ci ricorda Hannibal Lester .
“Con la violenza che subisce -dichiara il regista – il ragazzo da grande, o diventava terrorista o Madre Teresa di Calcutta”.
Alla fine sembra che il personaggio raggiunga una sua dimensione di protagonista, ma durerà poco: la violenza genera violenza e Douglas finirà in carcere quando la polizia lo scopre, anche a causa dei suo limiti fisici, come autore di furti in ville di milionari, (anche in questo aiutato dai fedelissimi quadrupedi.)
A una visione superficiale appare un film un po’ di grana grossa, come in precedenza già constatato nei lavori di Besson ma tradisce tutta una ricerca di spiritualità, un simbolismo a volte esagerato, ma che risulta altamente coinvolgente, tutto questo lo si deve, sopratutto, all’interpretazione superlativa di Caleb, il solo che avrebbe potuto contendere la coppa al protagonista di Memory e, per la verità io facevo il tifo per lui. Nei 141 minuti del film il protagonista si dimostra un grande senza niente togliere a Saarsgard naturalmente! Capita spesso nei film di essere grandi protagonisti e trovarsi in concorrenza con un altro protagonista ancora più grande, quasi essere nel luogo sbagliato, al momento sbagliato. Basta crederci e avere pazienza . Di Caprio docet in questo campo.
Maria Rita Monaco

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