Una volta si diceva che si andava a tesata bassa per un obiettivo di studio, di lavoro, o di vita. Adesso si va a testa bassa perché attirati, occupati e preoccupati dalle chat. Tutti curvi e ricurvi, giovani e giovanissimi, adulti e quasi anziani, fissi sugli schermi dei nostri telefonini, dei nostri smart, tutti a chattare, navigare, scrollare, whatsappare e likare a destra e a manca. E pure al centro. Tutti a rischio cervicale. Bella vita. Complimenti al progresso. Complimenti a noi.
A Bolzano hanno dovuto mettere delle fasce di protezione, ad altezza testa sui pali per strada, perché ormai in molti presi dalla navigazione o dalla chat andavano a sbattere fronte, naso, bocca, mento, mentre camminavano.
Vedo gente (e non facevo cose) che scende dalle scale puntando gli occhi sul cellulare. C’è chi non ha finito la discesa in piedi. Elementare Watson! Se non guardi dove vai, vai dove non vedi. E’ un po’ come: quando sei non lo sai, quando lo sai non lo sei più.
Ecco: andiamo a testa bassa sui cellulari e il risultato è che ci sembra di guardare ma non vediamo più. Ci sembra che sia un’ombra ed era un muro, ci sembrava una porta ed era un riflesso. Bello!
Questi nostri schermi sulla rete globale hanno questa grande capacità di falsarci la realtà, di distorcerci (prometto che dis-tor-cer-ci non lo userò più) la prospettiva, di assottigliarci l’orizzonte. Ci siamo dentro tutti, anche io, anche voi, anche loro. Il problema è la misura. Come in (quasi) tutte le cose della vita. Questa vita che non può essere una galoppata da un sito e l’altro tra una ricerca googolata e un copia-e-incolla. Ma cosa dobbiamo cercare? Ma ci serve davvero tutto questo copiare-incollare? Stare a testa bassa sui cellulari fa male ovunque ma fa anche peggio al volante. Ovviamente per i chiari e limpidi motivi di pericolo per noi e per gli altri. L’altro giorno mi sono messo a contare: circa un automobilista su tre che stavo “incrociando” aveva la testa (e lo sguardo relativo) sul cellulare. Mano sinistra sul volante, mano destra a digitare o scrollare. Molto male.
Si discute in Parlamento di introdurre la sanzione massima di ritirare la patente subito a chi viene trovato ad usare il cellulare alla guida. Discussione accesa per una sanzione così radicale ma ormai è evidente a tutti, e non solo alla polizia stradale, che la maggior parte degli incidenti stradali è provocata dalla distrazione al volante, e da distrazione cellulare prima di tutte le altre. Prima o poi bisognerà fare qualcosa, magari anche di tecnologico.
Con tutte le app tecnologiche e applicazioni bio sensoriali che stiamo introducendo ce ne sarà una che blocca o può bloccare l’uso del cellulare del soggetto che sta guidando. Non è non sarà difficile applicarla. Ci vorrebbe, come ha invocato l’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, una Quaresima del cellulare. Ci vorrebbe una sana astinenza da chat. Ci vorrebbe un bel digiuno depurativo da navigazione. Come giovedì gnocchi, venerdì free chat.
Farebbe bene a noi e ai nostri presunti amici in rete. E mi ci metto per primo, ovviamente. L’altro giorno ho postato alcune foto di un borgo romagnolo caratteristico alle 5 e 30 del mattino. Subito una amica mi ha commentato “buongiorno!”, punto esclamativo. Poi mi sono detto: perché ho disturbato la rete a quest’ora? Avrò un problema di stima? Ci sarebbero tante valutazioni da fare ma almeno ero in casa seduto a far colazione e almeno fisicamente non mettevo a rischio nessuno e niente. Quaresima digitale dunque. A proposito di Quaresima bella iniziativa quella promossa dalla Basilica di Santo Spirito di Firenze. Pregare con l’Arte. E’ bello e quasi commovente andare in chiesta e pregare davanti ad un quadro, una pala, una statua per recuperare quell’atmosfera di raccoglimento e di devozione che anche un’opera d’arte può aiutare a suscitare, sviluppare, promuovere. Bravo Padre Giuseppe Pagano, superiore della Basilica fiorentina e raffinato promotore di iniziative culturali e sociali accanto attorno e dentro la chiesta. Si dice che cantare è pregare due volte, si potrebbe dire che pregare davanti a un quadro o a una scultura può moltiplicare la valenza, l’essenza, la contemplazione. Ed è molto diverso dalla preghiera recitata al cellulare.
Fabrizio Binacchi

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