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TERREMOTO ISTITUZIONALE

L’Aquila: simbolo di una tragedia. L’Italia inciampa regolarmente nelle regole “folli” che si dà.
Di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 12 Luglio 2010

L’Aquila resterà il simbolo di una tragedia. Prima il terremoto, poi il resto. Tragico anche il copione che prevede il disprezzo per le molte cose ottime che si sono fatte, fino a far tornare i terremotati sulle prime pagine dei giornali, ma in quanto manganellati dalla polizia. L’Aquila sarà il nome di un’Italia che ha perso il rispetto per sé stessa, al punto da preferire l’alimentazione degli scontri alla soluzione dei problemi.

L’emergenza, nelle ore e nei giorni in cui la popolazione vedeva le case e il mondo crollare, è stata gestita in modo eccellente. Nulla di simile si era neanche lontanamente visto nel Belice o in Irpinia, e neanche in Friuli. Nulla di simile si era visto nella Luisiana alluvionata, o in tanti altri casi di disgrazie che hanno colpito Paesi ricchi e ben organizzati. Il merito va alla Protezione Civile, ai pompieri, all’esercito e alle altre strutture mobilitate. Il merito, però, va anche al fatto che durante l’emergenza si sospendono le regole. L’Italia inciampa regolarmente nelle regole che si dà, non perché indisciplinata (anche) o furfantesca, ma perché sono regole folli. Con quelle deve fare i conti la ricostruzione.

Partita bene ha poi rallentato la sua corsa. Pur sempre meglio di altre esperienze passate, ma non del Friuli, ad esempio, dove la popolazione provvide molto per i fatti propri. Le inadempienze e i ritardi sono diversi, con responsabilità che ricadono su molti, compresi quelli che protestano. E qui si cela un disgustoso paradosso italiano: chi chiede che si faccia in fretta chiede anche, implicitamente, che si saltino e trascurino le regole dell’edificazione e dell’appalto; ma una volta violate le regole chi lo ha fatto non passa per benemerito, bensì per delinquente. La soluzione burocratica più semplice è: non fare. I ritardi creano disagi e proteste. Se le forze politiche avessero senno e senso di responsabilità metterebbero mano alla riscrittura delle regole, in modo che si possa sia fare che rispettarle. Invece preferiscono la propaganda: gli uni per attribuirsi tutto il merito del bene, gli altri per scaricare tutta la colpa del male. Se la faziosità fosse abitabile e commestibile gli aquilani sarebbero tutti lussuosamente alloggiati e satolli.

La protesta arriva a Roma. Alcuni manifestanti, però, voglio altro, vogliono lo scontro, quindi tentando di cambiare strada e recarsi dove non è consentito (con il rischio di scaricare una manifestazione sull’altra, perché davanti alla Camera si trovavano già i disabili). La polizia si oppone, perché questo è il suo dovere, quelli provano a sfondare e ottengono quel che desiderano: qualche manganellata. A ruota, però, una delegazione di aquilani viene ricevuta da varie istituzioni e si promette l’inserimento nel decreto della rateizzazione decennale delle tasse. Il che fa pensare al combinarsi d’irresponsabilità e incapacità, quella dei sobillatori e quella di chi poteva anche pensarci prima.

A ruota arrivano gli arruffapopoli di vario conio e natura. Avvoltoi pronti a considerare carogna un corpo ancora vivo. Immagino lo stato d’animo degli aquilani per nascita e residenza, non per professione piazzaiola. Credo che essi non considerino regge le case messe a loro disposizione, ma conoscono l’odissea di popolazioni a lungo vissute in tende e containers.

Credo che vogliano tornare a camminare nella loro città distrutta, ma nessuno ha mai pensato fosse possibile in un anno. Immagino che, osservando la scena, si domandino: noi, che c’entriamo? Vorremmo dirlo noi tutti. Quest’Italia autolesionista e rabbiosa, inerte e agitata, non vorremmo fosse la nostra.

Davide Giacalone – Pubblicato da Il Tempo

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. puccio cartoni

    13 Luglio 2010 alle 19:04

    “La soluzione burocratica più semplice è: non fare ” ! Così deve aver pensato anche quel Sindaco che ,scamiciato con fascia tricolore, ha guidato la protesta dei “rivoltosi” internazionali ( gli “indigeni “sembra fossero pochi )…ma chi deve provvedere ,a livello locale , ad impegnare i denari di aiuti ( che ci sono stati ) per la ricostruzione ? Chiamate il polpo Paul ,per favore….

    Rispondi

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