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Non serve solo tagliare le spese degli enti locali . È tempo di rivoluzionare il sistema regionale.
Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 12 Luglio 2010

Le manovre sulla manovra volgono ormai al termine, lasciando dietro di loro una scia di polemiche inutili, di bracci di ferro veri e finti, di emendamenti che nascono e muoiono nel giro di poche ore. Ma soprattutto tanta confusione, che finisce con lo svilire ancor di più – se possibile – la credibilità della politica e delle istituzioni agli occhi degli italiani. Con il rischio che alla fine siano arrabbiati non soltanto coloro che dai tagli ricevono un effettivo danno, ma anche tutti quelli (molti di più) cui è stata preannunciata o minacciata una sforbiciata poi rientrata. Ciascuno ha così recitato la sua parte, ma i problemi di fondo del Paese restano al punto di prima. La manovra, infatti, era nata a ridosso della crisi greca e dei drammatici vertici europei finalizzati a respingere gli attacchi speculativi sull’euro, e doveva servire – ad li là che ci fosse già stata richiesta una riduzione del deficit di otto decimi di punto di pil all’anno per due anni – a dare la dimostrazione ai mercati che facevamo sul serio e per tempo una politica di rigore nella gestione della finanza pubblica.

Il ministro Tremonti, sapendo che il contesto politico non consentiva di approntare interventi strutturali, metteva in piedi una manovra da 24 miliardi variamente articolata, ma il cui cuore era decisamente il taglio di risorse alle Regioni. Scelta che partiva dal presupposto, più che fondato, che l’altissimo livello di spesa pubblica – arrivata al 52,5% del pil, circa 800 miliardi – dovesse essere contenuto soprattutto sul versante delle spese correnti degli enti locali. Una scelta giusta, quindi, ma che mal si concilia con gli assetti attuali del decentramento amministrativo, incrementato negli ultimi 15 anni per effetto della forte pressione della Lega.

Per questo è un peccato che la manovra non sia stata concepita soprattutto in modo strutturale. Perché questa era l’occasione giusta per rimettere in discussione gli assetti consolidati di un sistema pubblico assolutamente elefantiaco. Chiedi alla Regioni di tagliare la spesa? Bene, ma allora approfitta per imporre una più generale ristrutturazione del decentramento regionale. Sono passati ormai quarant’anni dalla nascita delle Regioni ordinarie, ed è ora di fare una valutazione di cosa ha funzionato e di quello che non funziona.

Il dato complessivo evidente è che in questo periodo di tempo è aumentata enormemente la spesa – senza un significativo miglioramento dei servizi, con qualche eccezione al Nord e al Centro – così come è esploso il livello del contenzioso con le amministrazioni centrali. Senza contare la distribuzione di diritti di veto a tutti, specie nei confronti delle grandi infrastrutture, per colpa di una mentalità localistica e campanilistica che la propaganda politica basata sul “portiamo il potere più vicino possibile al cittadino” ha alimentato a piene mani. Così, da un lato è nato il federalismo universitario (ogni città un ateneo), quello aeroportuale (uno scalo non si nega a nessuno), e via dicendo. Mentre dall’altro, l’assistenzialismo è stato moltiplicato enne volte.

Per esempio, la spesa per invalidità, da quando le competenze dell’assistenza sociale sono passate dal centro alla periferia per effetto della sciagurata riforma del titolo V della Costituzione, è schizzata da 6 a 16 miliardi perché gli invalidi civili sono passati di colpo dal 3,3% al 4,7% della popolazione. Altro esempio, la sanità: quattro Regioni sono commissariate, altrettante stanno tentando difficili piani di rientro per evitare il default, mentre in Calabria l’accertamento del deficit sanitario è affidato a “certificazioni orali”. Senza contare che la dimensione effettiva della spesa sanitaria è occultata dai ritardi nei pagamenti delle Asl, che ormai si misurano in termini di anni.

Tutto questo – e ci sarebbero tanti altri esempi da fare, come i costi degli uffici di rappresentanza all’estero, recentemente denunciati dal Corriere della Sera – per dire che se è giusto tagliare i trasferimenti alle Regioni perché nei loro bilanci ci sono sicuramente enormi quantità di spesa improduttiva e clientelare, ancora più giusto sarebbe stato – e sarebbe – far coincidere quest’opera di risanamento con un più complessivo riordino delle Regioni e degli altri enti locali.

Più volte ho scritto qui che se si abolissero le Province, si accorpassero le Regioni più piccole a quelle più grandi e si razionalizzassero le loro competenze riportando la sanità in capo allo Stato centrale, si diminuisse a metà il numero dei Comuni (oltre i due terzi degli 8100 esistenti sono sotto i 5 mila abitanti) e infine si cancellassero le inutili istituzioni di terzo e quarto grado (come le comunità montane o gli enti di bacino), a regime si risparmierebbe qualcosa come 250 miliardi. Dieci volte tanto la manovra.

Enrico Cisnetto ( da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta )

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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