Quando si parla di televisione non si finisce mai di scandalizzarsi.
Quando si pensa che un programma abbia toccato il fondo in realtà ne è pronto già un altro peggiore del precedente.
Insomma, non c’è limite al cattivo gusto!
Se in Italia la televisione non fa altro che trasmettere programmi di scarso livello culturale e basso, se non del tutto assente, profilo etico, il panorama al di fuori del Bel Paese non è certo migliore.
Mentre appena un anno fa l’Italia dei guardoni era tutta presa a spiare la casa del Grande Fratello, in America l’ABC trasmetteva “Miracle Workers” un reality show che ha come protagonisti dei malati affetti da gravi patologie difficilmente guaribili a cui il programma offre la possibilità di usufruire di cure mediche pionieristiche.
I pazienti in cambio fungono da cavie umane per le cure d’avanguardia offerte dal programma, il tutto sotto i riflettori televisivi e gli sguardi cannibali dei telespettatori della rete nazionale americana.
Secondo gli autori lo scopo del format è quello di offrire una speranza a coloro che non possono usufruire dell’assistenza medica, per tale ragione, seguendo una scontata tendenza populista, i protagonisti sono persone poco abbienti.
«Quando la vita di una persona è al capolinea e i medici assicurano che non vi è nessuna speranza è il momento di rivolgersi a Miracle Workers»: questo il logo del programma.
Parafrasato: “Ti pago le cure mediche in cambio di un’illusione e della possibilità che mi offri di speculare sul tuo dolore”.
Che pensare poi di “Fear Factory”, il reality estremo in cui i concorrenti devono mangiare insetti vivi o immergersi in vasche piene di topi o scarafaggi?
E che dire ancora del “Black. White.” il race-reality che fa del tema razziale il suo punto forte? Una famiglia bianca viene trasformata in una nera e viceversa; i due nuclei familiari devono vivere per sei settimane nella stessa casa, sotto l’occhio onnipresente della telecamera. Lo scopo del reality, affermano gli autori, è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica in merito al dibattito razziale: bel proposito, indubbiamente, ma sfruttato male e banalizzato, come solo la televisione sa fare.
Si giustifica tutto con la pretesa di mostrare in tv la vita reale, in realtà quello che gli occhi sono costretti a guardare non è che un surrogato della stessa.
Nel frattempo c’è chi lancia nuove idee per i reality, ad esempio, osservare un cadavere in decomposizione o mettere in palio per il vincitore un rene.
Qualcuno potrebbe facilmente asserire che è inutile preoccuparsi di tutto questo quando la soluzione più semplice e sbrigativa sarebbe quella di spegnere la tv e rivolgere lo sguardo altrove.
Ma dobbiamo ammettere che se in tv esistono dei programmi come quelli sopraelencati non è solo per la volontà dei pochi che detengono il potere mediatico, ma soprattutto per la capacità, e della gente di accettare, e di conseguenza, decretare il successo dello scempio che viene offerto.
Cos’è che spinge la casalinga a rinunciare al tradizionale manicaretto domenicale per guardare la sfuriata televisiva tra due personaggi che neanche conosce?
Cos’è che porta il mio amico a disertare una serata in pizzeria per non perdere l’esito del televoto del reality show del momento?
Perché la cugina che non vedo da tanto preferisce spendere un euro per votare il concorrente del Grande Fratello piuttosto che fare due chiacchiere con me al telefono?
Rimanere impassibili di fronte al deserto interiore che avanza ci rende colpevoli tanto quanto coloro i quali ne sono direttamente responsabili.
Lidia Tagnesi

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