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Tasse: molto rumore per poco

Nonostante il fracasso critico, sia gli aumenti che le diminuzioni non toccano davvero da vicino il normale contribuente. Demonizzare o glorificare questa legge di Bilancio è dunque una forzatura.

di Beppe Facchetti | 1 Dicembre 2019

Le tasse, si sa, si prestano alla polemica politica. In tempi di populismo, la polemica si sostituisce però ai fatti, e scontri addirittura sanguinosi vanno avanti da settimane, senza che vi sia stata l’approvazione formale di qualcosa. Decreto fiscale e manovra camminano per ora sulle uova, in attesa del solito voto di fiducia che spazza via tutto. Spazio solo alla propaganda e alla pessima comunicazione del Governo, che ha lasciato uscire voci in abbondanza, spesso da rimangiare.

Il cittadino è giustamente diffidente. E’ abituato a pensare che alla fine ci va di mezzo lui, ed è frastornato da due verità apparentemente inconciliabili, con l’opposizione che denuncia “tasse e manette”, e il Governo che, all’opposto, sventola ben 27 miliardi di tasse tagliate.

Il fatto paradossale è che, per ora, entrambe le posizioni sono sostenibili, sia quella catastrofista (“tassano anche l’acqua!”) che quella consolatoria (“non ci sono aumenti”).

E’ vero infatti che sono attesi nuovi gettiti, ma è parimenti vero che i 27 miliardi sono scomparsi. Per capire meglio bisognerebbe partire da un presupposto banale della politica e cioè che tanto più un Governo è debole, tanto più evita di mettere tasse dolorose. Per questo, nonostante il fracasso critico, sia gli aumenti che le diminuzioni non toccano davvero da vicino il normale contribuente.

Il “taglio” maggiore è di 23 miliardi di IVA, ma era solo sulla carta dei conti del Conte 1. Toglierli con il Conte 2 non cambia nulla: l’IVA rimane quella di prima, e dunque commercianti e cittadini non avvertono nessun cambio concreto. Idem per i padroni di casa che pagano la cedolare secca del 10% sugli affitti: doveva crescere e invece rimane invariata. Insomma, si taglia sulle previsioni o sugli annunci, ma le tasche restano piene o vuote come prima.

In concreto, ci sono solo 3 miliardi “nuovi” a cui lo Stato rinuncia per sgonfiare un po’ il cuneo fiscale (differenza tra costo dello stipendio e busta paga), ma dovrebbero manifestarsi nel portafoglio dei lavoratori dipendenti solo da metà 2020. Per gli incapienti, nessun vantaggio.

Sull’altro versante, è vero che il “gettito” (come ha giustamente fatto notare Antonio Misiani, cosa diversa da “nuove tasse”) crescerà nel 2020 di 7,5 miliardi, al netto dell’algebra entrate/tagli, ma è poco “palpabile”.

Circa metà è dovuto all’evasione fiscale da colpire (vedi sterile dibattito sulle carte di credito e velleitario tintinnio di manette, aumentando le pene di due anni) e alla modifica di poste contabili o rivalutazioni di beni immobili, materia per commercialisti in grado di far emergere persino vantaggi per alcune limitate categorie.

Poi ci sono le cosiddette “microtasse”, che in tutto però sono, o erano, tre: quella sulla plastica, già dimezzata, senza effetti reali sul comune cittadino (a cui anzi viene data una spiegazione ecologica in realtà molto improvvisata), e quella sugli zuccheri nelle bevande (eccola qua la “tassa sull’acqua”, con ipocrisie salutiste varie). Infine, la autolesionistica punizione per le auto aziendali, già ritrattata da Conte guarda caso all’assemblea dell’ACI.

I normali consumatori possono temere di pagare qualche centesimo delle tasse sulla plastica e sull’aranciata. Ma, se non sono evasori incalliti, le manette non li riguardano, gli affitti non sono appesantiti e, se sono lavoratori dipendenti, magari a luglio entrerà qualche euro in più in busta paga.

Demonizzare o glorificare questa legge di Bilancio è dunque una forzatura come al solito elettoralistica, una danza attorno a ben poco.

La verità è che è una manovra modesta, senza anima, che non incide sulla crescita e sui profili strategici del Paese: scuola, ricerca, innovazione, produttività, giovani, ambiente, difesa del suolo. Se hai 23 miliardi da annullare e hai la zavorra di altri 20 miliardi tra quota 100 e reddito di cittadinanza che non sei capace di mandare in soffitta, voli basso.  Alla fine, il voto di fiducia recupererà qualche soldo dai tagli ai ministeri (forse) e dalle solite accise, e il taglio vero sarà quello degli interessi sul debito. Solo perché questa volta non abbiamo preso a schiaffi l’Europa e il buon senso.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, buon senso, consumatori, conti, euro, giovani, governo, iva, lavoratori dipendenti, manovra, scontri, scuola, tagli, tasse, voto di fiducia

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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