L’altro giorno ero ad Alicante, amena città di mare, a due ore di treno da Valencia, sulla rotta di Murcia del Carmen, terra di Spagna mediterranea che negli ultimi anni ha superato l’Italia nell’export dei prodotti dell’ortofrutta. Le arance di Murcia arrivano a Bruxelles in tempo record rispetto alle nostre di Agrigento o Ribera. Miracoli spagnoli. O più semplicemente politica di filiera che funziona. Ad Alicante verso le 11 puoi incontrare centinaia di pensionati d’Europa, forse migliaia, che passeggiano soavemente sull’Esplanada d’Espana, la Passeggiata a mare, larga e lunga che costeggia il lungo e largo lungomare, dal porto di Alicante sino alla spiaggia. Un quasi paradiso climatico e ambientale per novembre e dicembre.
Vengono tutti qui anche dall’Italia per il clima mite, il sole caldo o tiepido anche al mattino e alla sera, per i prezzi convenienti e perché i colori del cielo e del mare sono fortemente attrattivi. Passeggiate e colazioni, visite ai monumenti o semplicemente in panchina a guardare l’orizzonte: non è solo uno svernare, è un investimento in relax e salute.
Girando per Alicante, Spagna, viene automatico chiedersi: ma perché non possiamo fare la stessa cosa a Tropea o Gallipoli, Italia? Cosa manca a ad Amalfi o a Scilla, ad Otranto o a Santa Maria di Leuca per diventare come certe città spagnole e portoghesi il buen retiro invernale di migliaia di signore e signori europei over sessanta in cerca di relax e clima mite? Chissà-chi-lo-sa. Che non è solo il titolo di un programma di quiz della nostra tv dei ragazzi, quella in bianco e nero che cominciava con il girotondo. Siamo italiani da esportazione. Ci esportiamo come se in casa nostra non avessimo nulla da offrire di uguale o di meglio rispetto agli altri colleghi mediterranei. Ci esportiamo da giovani, studenti e ricercatori, da professionisti e lavoratori, e ci esportiamo anche da pensionati. La facciamo completa.
Certo ad Alicante puoi pranzare con dieci euro e vivere con poco di più al giorno, da noi forse non ovunque. Certo uno sforzo si potrebbe fare. La realtà è che una gran fetta di economia di queste regioni è fatta da italiani che qui lavorano e producono, che qui studiano e commerciano. Un giovane sardo è socio di un ristorante che va per la maggiore nel centro di Valencia. Anche nelle istituzioni ci facciamo valere: è italiano il vicesindaco di Valencia, che ha fatto studi a Bologna e poi è venuto qui dopo aver conosciuto una valenciana. E’ italiana l’assessora alla democrazia digitale di Barcellona. Sono italiane ed italiani di tutte le regioni imprenditori piccoli e medi della ristorazione, della gelateria, della pasticceria. Evidentemente sono, siamo, bravi.
Dovremmo diventare più bravi anche nell’accoglienza tutto l’anno di ospiti mondiali nei nostri angoli di natura, arte e cucina. Stesso sole, stesso cielo, stesso mare: l’attrazione delle nostre città di costa e di mare potrebbe fare la differenza. Certo ci vorrebbe una politica di filiera. Quella stessa che fa vincere le arance di Murcia sulle colleghe di Ribera. E non è una cosa facile. La politica di filiera presuppone una cosa difficile dalle nostre parti: mettersi d’accordo e perseguire un obiettivo comune. Questo è il problema. Spesso si trova l’obiettivo comune ma per un cavillo non ci si mette d’accordo e il mondo, anche quello dei pacifici pensionati, va da un’altra parte.
Fabrizio Binacchi

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