
Il dibattito sul taser a Milano entra in una nuova fase, ma invece di chiarirsi si complica ulteriormente. Dopo il via libera della giunta, il provvedimento avrebbe dovuto seguire un percorso lineare, arrivando rapidamente in Consiglio comunale. Invece si è fermato prima ancora di iniziare davvero: la commissione Sicurezza non è stata convocata e la delibera resta sospesa. Non per ostacoli tecnici, ma per una scelta politica precisa. Una parte rilevante del Partito Democratico continua a frenare, chiedendo ulteriori approfondimenti e sollevando dubbi sulle possibili criticità. Ma nei fatti questa prudenza si traduce in immobilismo.
Ed è proprio questo immobilismo il cuore del problema. Continuare a chiedere approfondimenti, dopo mesi di discussione e una delibera già approvata dalla giunta, significa nei fatti non voler decidere. Il rischio è evidente: evitare il voto per non esporre le divisioni interne alla maggioranza. Ma così si blocca un provvedimento che riguarda direttamente la sicurezza degli agenti e dei cittadini, trasformando una scelta operativa in una questione puramente politica.
Sul campo, però, il quadro è molto più chiaro di quanto appaia nelle aule istituzionali. I sindacati della polizia locale chiedono senza ambiguità l’introduzione del taser e sottolineano come già la sola possibilità di esibirlo abbia un effetto deterrente. Viene considerato uno strumento intermedio fondamentale per evitare escalation e per gestire situazioni critiche senza arrivare a soluzioni più estreme. Per chi opera ogni giorno in strada, il taser non è un tema ideologico ma uno strumento concreto che può fare la differenza nelle situazioni più difficili.
E infatti il punto centrale resta questo: il taser salva vite. Riduce il contatto fisico, abbassa il livello di conflitto, consente di gestire soggetti pericolosi senza ricorrere a strumenti più lesivi. È uno strumento intermedio tra la forza fisica e l’arma da fuoco, con un livello di rischio comparabile a quello del manganello. Non è un’arma “estrema”, ma esattamente il contrario: serve a evitare che si arrivi a soluzioni più pericolose. Inoltre, ha un impatto diretto anche sul piano giuridico: meno colluttazioni significano meno lesioni, meno denunce e meno procedimenti penali a carico degli agenti e dell’amministrazione.
A questo punto, il nodo è esclusivamente politico. La sperimentazione, costruita in modo tale da non produrre dati realmente utili, viene oggi utilizzata come alibi per non decidere. Ma test inutili producono risultati disastrosi: si perde tempo, si espongono gli agenti a rischi evitabili e si blocca uno strumento che potrebbe migliorare concretamente la sicurezza. In questo caso si sta rinunciando a difendere davvero l’incolumità degli operatori solo perché non si è voluto testare seriamente uno strumento che, peraltro, non aveva alcun bisogno di test. Ancora una volta, l’ideologia rischia di battere la realtà, e il prezzo di questa scelta non resta nei palazzi ma ricade su chi ogni giorno garantisce la sicurezza della città.
Giustino D’Uva

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